.
Annunci online

kilgore [ ]
 



L’uomo ragionevole

«L’uomo ragionevole si adatta al mondo. Quello irragionevole tenta in ogni modo di adattare il mondo a sé stesso. Ne consegue che il progresso dipende interamente dall’uomo irragionevole».
George Bernard Shaw

Nebbia

Online:


25 giugno 2006


sì o no, o nooooo...



Sì o no, Sì o no
Sì o no, Sì o no
Sì o no, Sì o no
Sì o no, Sì o no

Hey io già lo so
che matto diventerò
se mai deciderai
di dirmi che tu mi vuoi

sì o no
sì o no

Hey io già lo so
che matto diventerò
se mai deciderai
di dirmi che tu mi vuoi

Sì o no o nooo...
ne morirei
sì o no o nooo...
dimmi che mi vuoi

Tu sì
così tu perfetta
tu sei un sogno che
mai e poi mai io rifarò
ci fosse una vita di più

Sì o no o nooo...
ne morirei
sì o no o nooo...
dimmi che mi vuoi...

(Fiorello, estate 1993)




permalink | inviato da il 25/6/2006 alle 18:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa


20 giugno 2006


Ottimismo di classe

L'ottimista è qualcuno che crede che le cose vanno da dio e che col passare del tempo non potranno che migliorare. Canzone preferita: Getting better.
L'ottimista è un conservatore, perché "squadra che vince non si cambia". L'ottimista sorride e dice sempre sì. L'ottimista non ama chi trova obiezioni, l'ottimista non ama i no. L'ottimista.
Il progressista è qualcuno che crede che per far andare meglio le cose l'unica è mettersi lì e, giorno dopo giorno, lavorare e battersi per il miglioramento. Canzone preferita: We can work it out.
Il progressista è un pessimista, perché è convinto che a lasciarle andare come vanno, le cose, finiscono sempre a scatafascio. Fatto che ha esperito e imparato. Recita infatti l'equazione: pessimista = ottimista con esperienza. Così, smessi i panni dell'ottimista, si mette lì e si dà da fare per far funzionare le cose.
Cosa buffa, questo finisce per rafforzare le convinzioni dell'ottimista a oltranza. Il quale, effettivamente, osserva compiaciuto che col passare del tempo le cose migliorano, senza intravedere che quel "col passare del tempo" in realtà sarebbe un "grazie al lavoro dei pessimisti".




permalink | inviato da il 20/6/2006 alle 18:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


12 giugno 2006


Diamoci un calcio

Winston Churchill una volta ha detto che gli italiani vivono le guerre come se fossero partite di pallone e le partite di pallone come se fossero guerre.
Ma come gli è saltato in mente?




permalink | inviato da il 12/6/2006 alle 15:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


8 giugno 2006


Ma sulle Frecce la Menapace sbaglia. E di grosso.

La Menapace (quando un nome è un destino) ha dichiarato che «le frecce tricolori sono un inutile spreco». Dalla sua visione di pacifista a tutto tondo, i soldi spesi per il mantenimento delle strutture, degli aeromobili, del carburante e dei piloti di una squadriglia buona solo per pericolose esibizioni acrobatiche tecnocircensi devono apparire come un inaudito affronto alla povertà. Se poi uno ci mette che sono militari e, come per la parata del 2 giugno, rappresentano e diffondono quei valori di guerra che tanto dispiacciono a chi ha in spregio la violenza, ecco fatta la frittata.
Qui stiamo parlando di una donna che ha fatto la resistenza, di una donna che ha scelto di imbracciare le armi per regalare la libertà e la democrazia al proprio paese, mica di un postsessantottino figlio di papà o di uno squatter che protesta contro la guerra spaccando vetrine e incendiando automobili. Perciò, starla a sentire e cercare di comprendere le sue ragioni, mi viene più facile, naturale. Mi metto seduto e rifletto. Le sue ragioni le comprendo, hanno un senso e una profonda dignità. Ma sono sbagliate. Sbagliate come? Come le ragioni di un genitore che nega i soldatini e la pistola da cowboy al figlio per educarlo alla nonviolenza. Tutta la mia generazione è cresciuta a forza di spararsi con i fucili Winchester di Tex Willer e indossando elmetti con su scritto M.P.(Military Police, che servivano soprattutto ad attutire i colpi dei manganelli a forma di clava, quelli verdi fosforescenti), ma nessuno dei miei amici ha fatto carriera militare né se ne va in giro ad ammazzare la gente. Insomma: non sono le divise né i fucili né i carri armati a farci diventare più violenti. E non sono le Frecce Tricolore a farci fare più guerre. Anzi. Dicevano nel sessantotto: mettete dei fiori nei vostri cannoni. E non è in fondo quello che fanno le Frecce? Non usano mezzi militari solo per dipingere la meraviglia nei visi puntati verso il cielo di uomini, donne, bambini?
E poi, la faccenda dello spreco, quella è proprio la più sbagliata. Se si dice che è spreco ciò che fa stupire ed emozionare si finirà per depennare anche l’arte (che è già abbastanza depennata di per sé) dall’agenda di ciò che è utile e per cui vale la pena spendere. Il principio è lo stesso.
Perché bisogna sempre ricordare cosa rispose il colonnello (guarda caso, un colonnello), nel racconto di Gabriel Garcìa Marquez, alla padrona di casa che gli aveva fatto notare che «la speranza non si mangia».
«Non si mangia», le ha risposto lui. «Ma alimenta».




permalink | inviato da il 8/6/2006 alle 12:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa


17 maggio 2006


La mia visione - parte seconda

La società industriale sta entrando nella sua adolescenza. Proprio come dei normali adolescenti, i suoi componenti cominciano a dare segni di inquietudine, spaesamento e voglia di indipendenza. L’azienda in cui si lavora e lo Stato rappresentano due diverse emanazioni di quell’entità paterna che, non a caso, viene da alcuni definita patria. Nell’infanzia e nella pubertà della società industriale questa entità, in tutte le sue emanazioni, si è comportata esattamente come avrebbe fatto un normale genitore: prendendosi cura dei cittadini, fornendo loro un netto modello di comportamento ed esercitando su di loro una forte influenza. Questo presupponeva che lo Stato e le sue emanazioni dovessero instaurare col cittadino-lavoratore un legame molto stretto, con reciproci vincoli sul modello familiare e matrimoniale. In questo quadro, lo Stato e le aziende garantivano al lavoratore una notevole stabilità (che rifletteva e incoraggiava il modello sociale vigente). In cambio, il lavoratore rinunciava a gestire direttamente buona parte della propria vita: non più il controllo del suo tempo, del luogo in cui vivere, di come vestire, eccetera. Di fatto, il lavoratore cedeva il controllo della sua vita in cambio della sicurezza. (Una sicurezza che veniva elargita non in cambio dei suoi meriti o delle sue competenze, ma semplicemente come contropartita alla parziale cessione della sovranità su se stesso. In questo modo, la cessione diveniva il suo merito).

Questa dinamica ha prodotto una società paternalistica composta da cittadini (paradossalmente?) insicuri e con scarsa stima di sé, abituati a lasciarsi gestire e ad aspettare che qualcun altro gli risolva i problemi o gli fornisca le soluzioni (e che inorridiscono fino alla paralisi alla sola idea di poter cadere e sbattere il culo per terra). Nello stesso tempo, sempre di più le giovani generazioni ripudiano l’interferenza paterna e da più parti cominciano a sfidare il mondo togliendo le rotelle alla bici della vita. In questa contraddizione consiste forse lo stato di crisi permanente in cui versano le generazioni tra i 30 e i 40 anni tanto documentata da libri, film e studi sull’argomento.

Di fronte a questa transizione sociologica verso una più compiuta autoconsapevolezza la politica appare altrettanto spiazzata, incapace di intercettare questo desiderio di indipendenza e di misurarsi col mondo e con sé stessi sempre più frequente nelle giovani generazioni. Questo desiderio di indipendenza si innesta su un profondo bisogno di essere considerati nella propria singolarità. «La società e le aziende in cui lavoro» sembrano dire sempre più uomini e donne, «devono considerarmi nella mia unicità e irripetibilità. Io non sono una categoria. Io valgo e devo essere misurato sulla mia propria potenzialità creativa. Io all’azienda e allo stato darò questa mia unicità. L’azienda e lo Stato devono fare lo stesso, riconoscendola e rapportandosi a essa».

Questo rapporto ego-centrato non contraddice quell’alto riferimento all’uguaglianza proprio delle sensibilità di sinistra. Una società che incoraggia ciascun individuo a coltivare la propria unicità e irripetibilità di essere umano richiede un alto grado di trasparenza ed equità sociale. Riconoscere la particolarità dell’uno, infatti, equivale a sostenere quella dell’altro.

Ciascuno è chiamato a realizzare se stesso in base alle proprie attitudini e alle proprie preferenze. Non è un’utopia. Le possibilità aperte dalle nuove tecnologie stanno dimostrando che il tessuto sociale è intriso di potenzialità creative inascoltate. E non è forse compito di una sinistra moderna indicare la via verso un sempre maggiore allargamento della base produttiva nel mercato delle idee?

Invece di parlare sempre come un genitore iperprotettivo occorre che la politica inventi un nuovo modo di rivolgersi alle giovani generazioni, perché nella loro adolescenza hanno bisogno di un pizzico di considerazione da adulti, se volgiamo che poi lo diventino. La precarietà forse non è quello che sembra. Forse è solo un modo un po’ più adulto e consapevole di descrivere la vita. Del resto nessuno di noi alla fine della giornata può avere la certezza di trovarsi ancora nel mondo la mattina successiva, eppure ciascuno si addormenta ogni notte con fiducia e costruisce giorno dopo giorno, notte dopo notte, il proprio percorso nella vita. Forse, a saper parlare nel modo giusto, renderemo questo mutamento un’occasione di emancipazione e di crescita per tutti. Sapremo farlo?




permalink | inviato da il 17/5/2006 alle 13:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


16 maggio 2006


La mia visione - parte prima

Per tratteggiare la mia visione dell'Italia (ossia le cose con cui possiamo riempire la calza) mi è sembrata una buona idea usare la Costituzione come un'autostrada. L'antropologo Lyall Watson definisce le strade come le arterie della terra e sostiene che i loro percorsi non sono stabiliti solo da criteri geometrici e orografici, ma anche psicologici e culturali, costituendo di fatto il sistema cardiocircolatorio della civiltà umana. In questo senso, la Costituzione Italiana sarà il percorso con cui cercherò di illustrare il modo di portare ossigeno e nutrimento ai tessuti della nostra società.

 1. IL LAVORO

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Quando si parla di lavoro, da qualche tempo a questa parte, l’universo sembra dividersi in due partiti ben distinti: quello a favore della liberalizzazione del mercato del lavoro e quello contrario perché ritiene che questa liberalizzazione avvenga a discapito dei diritti fondamentali dei lavoratori. (Naturalmente esistono anche posizioni intermedie). Fatto strano, nessuno dei due partiti si preoccupa eccessivamente di osservare la realtà per come si presenta e, nel dibattito, un’analisi sulle trasformazioni del lavoro è quasi del tutto assente. Ogni stagione del progresso umano è stata scandita da una significativa trasformazione del lavoro e oggi ci troviamo di fronte a un’ulteriore mutazione del modo d’intendere questa attività umana. Il tramonto dell’era dell’Organizzazione descritto da Richard Florida e l’ascesa di quella che lui definisce la classe creativa segnano l’ingresso della nostra società in una nuova fase, una fase in cui il lavoro non è più un semplice mezzo di sostentamento né uno strumento di emancipazione sociale. Il lavoro, infatti, è sempre più percepito come vera e propria (anche se potenziale) estensione della personalità soggettiva individuale. In questo quadro, parlare di contratti nazionali o di categoria appare fuori luogo. Inoltre, l’intera struttura sociale (e non solo il lavoro) si è progressivamente atomizzata. La famiglia nucleare ha ridotto il peso atomico del suo nucleo e i legami molecolari (famiglia allargata) sono passati da forti a deboli nel giro di due generazioni. Anche l’equilibrio familiare di base fondato sul rapporto uomo-donna ha subito una mutazione che l’ha trasformato da equilibrio statico (una sola e stabile unione matrimoniale) a equilibrio dinamico (molte unioni). La società dei nostri padri non esiste più e con essa è scomparsa l’attitudine al sacrificio volto a rimandare ogni desiderio di realizzazione individuale a favore della prole, che diveniva la vera depositaria delle recondite aspirazioni dei genitori (la scomparsa di questa attitudine negli anni ottanta ha fatto gridare molti sociologi al neo edonismo). Questo fenomeno sociologico – tutto centrato sull’individuo, sui rapporti uno-uno e uno-molti (e sul ripudio dei rapporti molti-uno, molti-molti), sugli equilibri dinamici e a breve termine – molti lo chiamano precarietà.

Per come la vedo io la precarietà non è altro che la fine della pubertà e l’inizio dell’adolescenza della civiltà industriale umana (essendo ben lontana dalla maturità). Di questo ingresso nell’adolescenza e di come una sensibilità di sinistra dovrebbe rapportarvisi, parlerò nella prossima puntata.




permalink | inviato da il 16/5/2006 alle 16:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


15 maggio 2006


L'epifania prossima ventura

Lui ha detto questo. Sacrosanto. Torneremo a parlare dei problemi del paese e del suo avvenire, questo è ciò che conta. I problemi li conosciamo bene: economia anemica, debito e stato generale dei conti pubblici preoccupanti, ritardo nella formazione, nella ricerca e nel know-how tecnologico, arretratezza delle infrastrutture, diffuso senso di incertezza e precarietà, distribuzione della ricchezza più che perfettibile. Questi sono i buchi nella grande calza appesa al caminetto-Europa nell'epifania prossima ventura, dal rattoppo dei quali dipende l'avvenire della nazione, che poi vuol dire l'avvenire di tutti. Avere una calza senza buchi è un prerequisito essenziale per poterla riempire. Ma di cosa? Ebbene, di questo poco si parla. Va bene discutere dei problemi e delle soluzioni. Ma quali sono le nostre aspirazioni? Cosa vogliamo fare da grandi? Che cosa vogliamo essere?
A queste domande l'attuale classe dirigente del paese non sembra interessata a rispondere. Non credo che ne sia incapace. Anzi, sono persuaso che alcuni, se non molti, nelle circostanze adeguate sarebbero perfettamente in grado di indicare la via e perseguirla. Ma le circostanze adeguate non si verificano perché noi, intesi come l'insieme dei cittadini del paese, non abbiamo la più pallida idea di cosa vogliamo diventare. Peggio: non abbiamo neanche l'intenzione di voler diventare qualcosa, non sappiamo né che si deve né che si può diventare un qualcosa. Non abbiamo un'idea di noi stessi come nazione e non abbiamo un'idea della società in cui ci piacerebbe vivere. Non abbiamo una visione di noi stessi come cittadini. Mica ne siamo incapaci. Semplicemente, non ci interessa. (E, badate bene, mica è un problema solo italiano).
Eppure, un gruppo di persone che stanno insieme e che costituiscono una società devono avere uno scopo e un progetto su cui lavorare. Immaginate se gli operai della Fiat non sapessero che devono fare un'automobile. Pensate se non sapessero dove va incastrato il montante anteriore o dove un certo bullone a stella va serrato. Nei prossimi post intendo dimostrare che ribellarsi alla dittatura del partito dell'indifferenza è possibile, che proporre una visione è possibile, anche nel nostro paese. Perché, se proprio dobbiamo sacrificarci a rattopparne i buchi, questa grande calza che è l'Italia faremo pur bene a riempirla di qualcosa. E non è detto che debba essere carbone.




permalink | inviato da il 15/5/2006 alle 13:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


16 febbraio 2006


Comfortably numb

Si racconta che quando gli Ittiti invasero l'Egitto, il Re dei conquistatori costrinse il Faraone ad assistere a un'amara processione. Per umiliarlo, davanti ai suoi occhi fece sfilare, oltre a ciò che rimaneva dello sconfitto esercito egizio, tutta la sua corte, ridotta in ceppi e destinata a una terribile schiavitù. Il Faraone non si scompose quando vide sua moglie vestita di stracci trascinata a forza nella polvere. Né diede segno di cendimento quando sua figlia, nuda e livida, pianse e implorò pietà tra lo scherno dei soldati. Ma al passaggio di un umile vecchio che rassegnato camminava a testa bassa verso la sua sorte, il Faraone fu travolto dal pianto e dalla più cupa disperazione.




permalink | inviato da il 16/2/2006 alle 16:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


17 novembre 2005


Noi, Darwin e la Moratti

Vivere nel 2005. Nell'era di Bush e dei teo-con. Della scuola di Letizia Moratti e della Chiesa di Joseph Ratzinger. Troppo strano.
Strano perché sento mettere in discussione questioni che, quando avevo dodici anni, sembravano non solo acquisite dalla società in cui crescevo, ma addirittura fondanti della moderna civiltà occidentale. La Moratti, lo sapete, seguendo le spinte teocratiche provenienti dagli Stati Uniti che prediligono le ipotesi (sarebbe meglio dire le credenze) creazioniste ha tentato di togliere la teoria dell'evoluzione dai libri di testo destinati agli studenti delle elementari e delle medie. Poi, messa sotto pressione da più parti, l'ha reintrodotta svogliatamente. (E comunque ridimensionandone lo spazio sui programmi). Non mi scandalizzo mica. E questo è il punto, anzi, la stranezza. Che non mi scandalizzo. Sono assuefatto all'irrazionalità, alla pressappochezza, all'ignoranza e all'idiosofismo (che consiste nell'argomentare una posizione con passaggi logici tanto sfacciatamente sgangherati e arbitrari da risultare disarmanti).
Così guardavo L'Infedele di Gad Lerner e ascoltavo un tizio (per fortuna ne ho dimenticato il nome) sostenere che la teoria dell'evoluzione di Darwin è solo una teoria, che non c'è uno straccio d'una prova e che la teoria creazionista (o del disegno intelligente) è altrettanto plausibile, anzi di più, perché è sostenuta dalla Bibbia, quindi da Dio. Minchia.
Le persone ancora affezionate alla razionalità (in studio ce n'erano) hanno riso, si sono guardate le une le altre dandosi di gomito. Questo è scemo, si dicevano con gli occhi. Ma nessuno ha argomentato. E' stato detto: eccome se ci sono le prove. Nessuno ha detto quali. Nessuno ha parlato dei batteri, che generazione dopo generazione sviluppano tolleranza a un determinato antibiotico. Per non parlare dei virus e delle loro mutazioni. Nessuno ha spiegato il meccanismo (semplicissimo) della selezione naturale. Gli equilibri punteggiati sono stati solo nominati. E' stato consentito che si confondesse il caso con il caos. (Che malgrado la loro somiglianza fonetica hanno etimologie disparatissime: il caso, tutt'altro che parente della confuzione cui allude il caos, nella sua versione franco-anglofona chance deriva direttamente dal latino cadentiam, che allude al ritmo, quindi all'ordine ciclico).
Che cos'è? Pigrizia? O forse rassegnazione?
La verità è che ci hanno preso per stanchezza. Ci hanno reso tutti zombie. E noi, i veri colpevoli, glielo abbiamo permesso. Adesso non ci resta che espiare.
Come? Rassegnandoci a una vita da zombie. Perciò via, tutti per strada a prendere a morsi la gente. Cominciando dalle palle di questi idioti sapienti che si credono al sicuro solo perché sono molto, molto più morti di noi.




permalink | inviato da il 17/11/2005 alle 20:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


4 novembre 2005


Mussolini vivo o morto


 


 


 


 


 


 


«L’uccisione di Mussolini fa parte di quegli episodi che possono accadere nella ferocia della guerra civile ma che non possiamo considerare accettabili. Un processo sarebbe stato più giusto».

Queste le parole di D’Alema. E poi, manco a dirlo, un vespaio di polemiche, indignazioni antifasciste, accuse di revisionismo, sarcasmo criptofascista e così via. Ma perché?

D’Alema ragiona con la sensibilità del 2005. E con la sensibilità del 2005 non vedo come si possano non condividere le sue parole. Ma il suo, immagino, non è solo un esercizio. Scommetto che D’Alema si sforza d'immaginare quale sarebbe stata la storia del nostro paese senza piazzale Loreto, senza la rimozione collettiva della colpa attraverso la scorciatoia dell’omicidio catartico. D’Alema immagina Mussolini alla sbarra, e con lui tutte le complicità, piccole e meno piccole, con cui la stragrande maggioranza degli Italiani accettò, quando non avallò, le sue scelte. D’Alema immagina, al posto di quel rito di vero e proprio esorcismo che fu l’esecuzione del dittatore e l’esposizione del cadavere suo e della Petacci, un altro rito, più evoluto: una psicoterapia di gruppo su larghissima scala. Tutta una nazione in analisi. Insomma, D’Alema immagina una civiltà in grado di abbandonare la magia in favore delle scienze – umane, sì – ma razionali. D’Alema immagina, ma potrei dire sogna. E a me, quel sogno, piace.




permalink | inviato da il 4/11/2005 alle 14:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
sfoglia     maggio