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L’uomo ragionevole

«L’uomo ragionevole si adatta al mondo. Quello irragionevole tenta in ogni modo di adattare il mondo a sé stesso. Ne consegue che il progresso dipende interamente dall’uomo irragionevole».
George Bernard Shaw

Nebbia

Online:


13 ottobre 2005


Disco inferno

Una vocina. È stato come se qualcuno me lo avesse sussurrato all’orecchio, all’improvviso, e poi avesse continuato a ripetermelo e a ripetermelo, all’infinito. Non ci avevo mai pensato prima. Sempre concentrato sulla paura che possa accadere (il mio dottore la chiama fissazione), negligentemente, non avevo mai considerato l’ipotesi che magari è già successo. Fino alla vocina. Quella frase ha cominciato a torturarmi mentre ero in fila, a mensa, per la pausa pranzo. Adesso mi rotola nella testa come un sassolino. Me la sento ripetere in un orecchio, poi nell’altro. Sento lo spostamento d’aria dell’alito umidiccio vibrarmi sul lobo, sul padiglione auricolare e sull’attaccatura del collo. Una ciocca di capelli spostarsi, e quelle quattro parole trafiggermi il cervello come un grosso spillo.

«Forse sei già morto».

Cazzo. Forse sono già morto.

Per quanto ne so, può anche essere. Del resto, se c’è una vita dopo la morte, potrebbe essere tale e quale a questa, cioè all’altra, insomma: come distinguerle? Comincio a guardarmi intorno in cerca di indizi: stranezze, incongruenze, segnali nascosti, insomma, qualsiasi cosa possa far pensare che il mondo in cui vivo adesso non è quello che credevo fino a poco fa, ma una specie di Sesto Senso de noantri. In effetti, però, non noto nulla d’insolito. I posti a sedere sono quasi tutti occupati, come sempre. Il vocio, continuo ma garbato. Le facce sono quelle e, come ogni giorno, dopo che mi sono seduto non c’è più molta fila al self-service. All’inizio pensavo fosse una questione d’orario, ma in seguito ho appurato che non c’è maniera d’evitare la coda anticipando o posticipando la mia pausa: i fattori che causano l’assembramento sono del tutto casuali, imprevedibili. E non riesco mai ad azzeccare il momento migliore per scendere. Scherzi del caso. Anche l’insieme di fattori che determina la distribuzione delle fragole su una torta – penso guardando il dolce nel vassoio del tizio del tavolo di fronte e quello nel mio vassoio – è del tutto casuale. Eppure il gruppetto più consistente finisce sempre per materializzarsi nella fetta di qualcun altro. Ecco una cosa che mi fa impazzire. Come al supermercato. Cambi fila perché nell’altra cassa scorre meglio e, quando l’hai cambiata, la nuova si blocca e la vecchia comincia a scorrere che è un piacere. Non è pazzesco? E che dire degli ingorghi ai caselli autostradali, della macchina che si rompe sempre il giorno in cui non puoi assolutamente fare tardi, dell’intramontabile influenza del fine settimana, della pioggia quando hai scordato l’ombrello a casa, e del sole – sfrontato e a dispetto di tutte le previsioni – di quando hai preso la macchina invece del motorino e ti sei beccato più di un’ora di coda sulla consolare? Se ce n’è uno, non è forse come questo, l’inferno? Cazzo, cazzo, cazzo. Forse la vocina ha ragione. Le code, le multe, le tasse, i ritardi, i rimproveri, le umiliazioni, le corna, la sciatica, la colite, la calvizie, le emorroidi. Fanno solo parte della punizione. E tutte quelle persone, i miei amici, i miei parenti, i miei colleghi, non sono altro che ombre, demoni, attori ultraterreni, anche mia moglie. Soprattutto mia moglie. Ma quand’è che è accaduto? Non è mica che uno nasce già morto, no? O invece sì? No, no. Ci dev’essere stato un momento in cui tutto è precipitato. Magari quella volta dell’operazione, al Policlinico, non mi sono mai risvegliato. Oppure sono tutt’altro che uscito miracolosamente indenne da quell’incidente sulla Roma-Napoli. No, non credo. Dev’essere accaduto molto, molto tempo prima, quando ero ancora un ragazzo. Sicuramente prima di sposarmi. Ma che importa adesso? Sono morto, punto, stop, basta, questo è quanto. Tanto vale approfittarne. Per esempio, i morti non muoiono, insomma, in quanto già morti sono immortali. O no? Aspe’. Magari finiscono in un inferno ancora peggio, meglio non tentare di scoprirlo…

Mentre mi perdo in questi pensieri, una ragazza, dal tavolo di fronte, guarda dalla mia parte e sorride. La guardo meglio. Una bella ragazza. Puff. Pensieri svaniti. Sciorino un’espressione ammiccante e un gesto di saluto. Lei continua a sorridere e mi fa un cenno d’invito al suo tavolo. Mi sistemo la cravatta, mi alzo, passo una mano tra i capelli (pochi) e mi dirigo al tavolo della ragazza tentando di darmi un tono. Neanche a metà strada mi supera un tipo alto e ben vestito che, scusandosi, mi scansa brutalmente. Va dritto al tavolo della ragazza e si siede, proprio di fronte a lei. Non prima d’averla baciata.

Faccio il vago.

Il caffè lo prendo al Bar, penso. Mi gratto la testa e passo oltre. Che questo sia l’inferno, non c’è più dubbio.




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22 gennaio 2005


Così dolce che mi fa quasi schifo
(racconto in piccole dosi)

1.

È tutto quello che ha da dire prima di scendere dalla macchina e sparire per sempre.

La guardo. So che si chiama Sonia e che ci sto insieme da tre anni e mezzo, ma cazzo, mi dico adesso, io non la conosco.

Appena due ore fa me ne stavo accovacciato nello spazio tra il cruscotto e il sedile passeggero. Mi abbeveravo come un fuggiasco a una sorgente nel deserto, aggrappato alle sue gambe lunghe, lisce. Lei ondulava il bacino inarcando la schiena per rilasciarla al ritmo musicale dei suoi sospiri, e non c’era niente in quei movimenti che sembrasse diverso da tutte le altre volte o che potesse tradire il minimo indizio di un suo mutamento.

Perché? le faccio io.

Lei mi guarda per un po’ e non mi risponde. Non ne ha l’intenzione, si vede da come mi guarda. Poi mi accarezza il viso, fino a serrarmi le labbra con le dita con un gesto così dolce che mi fa quasi schifo. Mi scanso voltandomi dall’altra parte, a fissare il marciapiede deserto attraverso il finestrino. Non smetto mentre scende e se ne va. Né provo alcunché.

2.

Rincasando, sul pianerottolo, sorprendo la figlia della portinaia. Non è sola. Per qualche motivo, l’interruttore accanto al portone ha smesso di funzionare, così devo salire la prima rampa di scale al buio. Quando raggiungo la lucetta rossa dell’interruttore al primo piano e accendo la luce, dall’oscurità sguscia fuori un ragazzetto dai capelli arruffati che se la svigna di gran lena, e mentre se la svigna si sforza di sembrare semplicemente uno che scende le scale. Non mi guarda mentre mi passa accanto. Nemmeno io lo guardo. Sono impegnato a sembrare semplicemente uno che sale le scale.

La figlia della portinaia se ne sta con la schiena appoggiata alla parete, seminascosta dalla pianta di ficus. Si raccoglie i capelli con un elastico e mi sorride. Non ha più di quindici anni. Prolunga indefinitamente l’operazione di legarsi i capelli e mi fissa con un sorriso insolente, tutt’altro che ostile. La maglia scollata che indossa a stento riesce a trattenerle i seni, assai più insolenti del sorriso, in ogni caso.

Quando le sono quasi accanto, mi sembra, lei fa per parlarmi. Decido di fermarmi, farle un bel sorriso e dirle qualcosa. Invece continuo a salire le scale. Le dò già le spalle quando lei mi rivolge la parola. Penso di rispondere: Buonanotte anche a te. Ma non lo faccio. Mi limito a svoltare sull’altro pianerottolo e sparire dalla sua vista. Prima di farlo, però, faccio in modo di gettarle un’occhiata furtiva sulle tette.

3.

Più tardi, in casa, mentre piscio, comincia a diventarmi duro. Penso alle tette della figlia della portinaia e a come mi guardava e mi sorrideva e al tono della sua voce. Mi masturbo.

Dopo, fissando il buco del cesso con una mano appoggiata alla parete e l’altra sul bottone dello scarico, svuotato e umiliato, comprendo che per tutti i singoli istanti che io e Sonia siamo stati insieme, dal primo giorno fino a poco fa, quando se n’è scesa dalla macchina, sono stato felice. Anche quando ero stanco e annoiato, anche quando non la sopportavo e la odiavo perché mi toglieva le altre. Ero felice senza saperlo.

Per essere felici, lo capisco solo adesso, è necessario non saperlo. Premo il bottone dello scarico e resto a fissare l’acqua che scroscia e turbina via. Poi mi giro ed esco dal bagno stando attento a non guardarmi allo specchio.
 





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25 novembre 2004


Il mondo esiste?

Lo sapevo, lo sapevo che non esisteva! Sì, ormai è quasi ufficiale: è tutta un'illusione. Del resto quanto mi è successo la prima, la seconda e la terza volta avrebbe messo sull'avviso chiunque...








 



 




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15 novembre 2004


Papaveri

Certo che n’è passato di tempo. Insomma, non è mica successo l’altro ieri o giù di lì, e spero proprio di ricordarmi tutto per bene. Intendo le cose accadute quella sera, le parole che ho ascoltato e tutto il resto.
Il fatto è che stamattina, mentre andavo a casa di Ninetta, ho visto un ciuffo di papaveri rossi tutti vicini come una famigliola in posa per la foto o una cosa così. Se ne stavano impettiti al sole accanto a una panchina di marmo, di quelle che ci vedi seduti solo i vecchi col bastone. Mi sono fermato, ho appoggiato la bici addosso alla panchina e sono rimasto a osservarli per un po’. Roba da matti. Cioè dico, cose che se le racconti in giro ti pigliano per un invertito o poco ci manca. Intendo: un maschio che si mette seduto in terra a guardare quattro fiori invece di correre dalla sua tipa, quantomeno, direbbero, è strano. Ma in quel momento non me ne fregava niente. È che se qualche volta non ti fermi a guardarle, le cose, finisce che non ti ricordi mai bene di un accidente.
Così me ne restai lì, a ripensare a quella sera a cena in quel posto dal nome tipo Antica Taverna bla bla bla, con mio padre che s’incazzava come una iena ogni volta che mia sorella s’alzava e diceva: vado al bagno. S’incazzava perché, lo sapevamo tutti, non ci andava mica al bagno. Andava a telefonare a quel pitale di Giorgio, che poi s’è l’è pure sposato, quella fessa.
– Sono solo ragazzi, – diceva mia madre per calmarlo.
– Dico che è un’indecenza. È la terza volta che si alza in un’ora. Una ragazza per bene non dovrebbe certo comportarsi così. Certamente non ai miei tempi…
– Ma caro, oggi è tutta un’altra cosa, – insisteva lei. Ma non c’era verso: a papà gli giravano come un frullino.
Un bel tipo mio padre. Difficile, certo. Uno di quelli tutti d’un pezzo, fatti con uno stampino che Dio deve avere perso, o gli si è rotto, vallo a sapere. Peccato che sia morto.
Comunque, a un certo punto, s’ azzittisce e dà di gomito a mia madre.
– Guarda chi è entrato, – le dice. Lei sgrana gli occhi. – Ma è proprio lui? – gli chiede.
– Certo che è lui, non vedi?
Mi voltai a guardare dove guardavano loro. C’erano due uomini che parlavano con l’oste; questi gli indicò il tavolo accanto al nostro e poco dopo i due si sedettero.
Mio padre fece una riverenza e disse: – Buonasera Maestro.
Quello dei due che era vecchio rispose con un sorriso e un cenno della testa, poi si rivolse a mia madre.
– Buonasera Signora, – disse.
Lei divenne tutta rossa come una crostata di mirtilli.
– Sono una sua fervida ammiratrice… ho letto tutte le sue poesie…
– Obbligato, – disse lui. Fece un gran sorriso e chinò il capo. Poi si scusò, si girò verso il suo compagno e smise di occuparsi di noi.
Se devo dirvelo quel vecchio aveva l’aria simpatica e faceva piacere guardarlo, anche se la sua faccia era flaccida e rigata come il guscio di una noce, sapete, una di quelle facce che sono il terrore di tutti i bambini e quando ti dicono: su, dai un bacino al signore! – tu lo fai, perché devi, ma poi vorresti correre a lavarti la bocca col sapone. A me succedeva dalle trenta alle quaranta volte al giorno, a quei tempi.
Dell’altro invece, a sentire i miei, si sapeva solo che cantava. L’avevano visto qualche volta alla tivù, ma il nome niente, non se lo ricordavano. A mio padre poi non gli andava mica tanto a genio. Per via dei capelli, o così  diceva. Non è che andasse matto per i capelloni. Comunque era un tipo strano, con la faccia lunga quasi quanto i capelli, e mi sembrava che avesse gli occhi storti e le palpebre sempre un po’ abbassate, come uno che non dorme da sei mesi o giù di lì. Però che era sveglio lo capivi subito dallo sguardo.
– Parlami della Grande Guerra, – sentii dire tutt’a un tratto il giovane al vecchio.
– Non c’è molto da dire, – gli rispose l’altro. – È una cosa strana. Più parole usi, meno la racconti.
– Le tue poesie la raccontano.
– Le mie poesie? Sono solo poche foglie cadute dall’albero della guerra, le mie poesie.
– Bella immagine.
– È vero, è bella. L’ho rubata a un contadino.
– Un contadino?
– Sì, un contadino. Lo conobbi in autunno. Lui era fresco di leva e s’era aggiunto a noi, che da quasi due anni eravamo lì, sul Carso. Si chiamava Piero, un ragazzone alto e goffo che nei cunicoli della trincea quasi non ci passava. Lo osservavo, talvolta. Se ne stava da solo, non parlava mai, tant’è che lo chiamavano il muto. Una sera, mentre stavo pulendo la gavetta, notai che era insolitamente agitato; si guardava intorno grattandosi la testa, e ogni tanto si voltava dalla mia parte, mi guardava per un po’, riabbassava lo sguardo e si grattava di nuovo. Appena ebbi finito il mio lavoro, s’avvicinò.
Scusami Beppe, disse. Non è che potresti mica leggermela tu questa?
Con quelle mani enormi mi porgeva una lettera, e la teneva come se fosse di cristallo e potesse rompersi cadendo o stringendola troppo.
Certo, risposi.
Non so perché avesse scelto proprio me. Forse perché m’aveva osservato scrivere tutte le sere; forse perché ero l’unico che non lo sfottesse; forse per quella volta che gli era caduto un pezzo di pane sotto le mie gambe. Io mi chinai, lo raccolsi e glielo porsi. Lui sorrise e disse: grazie.
Oh, Ungaro, allora parla questo qui! scherzò subito qualcuno.
Comunque quella sera gli lessi la lettera della sua ragazza – Ninetta, si chiamava – e la cosa finì lì.
Qualche giorno dopo il tenente mi ordinò di portare un dispaccio al comando.
Scegliti qualcuno che t’accompagni, aggiunse.
Piero volle venire con me. Al ritorno ci sedemmo ai piedi di un albero a mangiare un pezzo di formaggio e, mentre lo dividevo col coltello, una foglia si staccò dai rami e cadde nel suo palmo aperto.
Chissà se lo sapeva.
Chi? domandai.
La foglia.
La foglia cosa?
Dico, chissà se la foglia lo sapeva che stavolta toccava a lei.
Lo guardai. Era serio.
Non ci pensare, gli dissi.
E chissà se l’albero se n’è accorto che ne ha persa un’altra.
No, stai tranquillo. Io perdo un mucchietto così di capelli ogni  giorno, ma non m’accorgo di nulla.
Quando sarai tutto pelato vedrai che te ne accorgi.
Merda se è vero, dissi, e ridemmo forte. Era la prima volta che ridevamo insieme. Quando ridi di cuore con qualcuno instauri un legame difficile poi da spezzare. Lui si sdraiò sulla schiena con le mani intrecciate dietro la nuca a guardare le foglie ancora sui rami. Si sentiva solo il fruscìo del vento e il sole iniziava a tramontare. Io ripresi a tagliare il formaggio.
Ci pensi mai? disse.
A cosa?
Lo sai.
Lo so?
Lui girò la testa dalla mia parte e mi fissò. Non disse niente, e così feci io. Poi, dopo un po’, si voltò e tornò a guardare in alto.
Certo che ci penso, dissi allora io. Giorno e notte, ci penso.
Lui annuì. Gli porsi il pezzo di formaggio infilzato sulla punta del coltello. Ehi, dissi. Ma lui niente, era da un’altra parte. Era una foglia sull’albero. Allora gli appoggiai il formaggio sull’elmetto, che stava in terra accanto a lui,  e cominciai a pulire la lama del coltello strofinandomela addosso ai pantaloni. In quel momento ebbi la visione di un grande albero su una collina. Quest’albero aveva milioni di foglie. A una a una le foglie ingiallivano e cadevano a terra. Mi avvicinai, ne seguii una con lo sguardo e mi accorsi che questa foglia era a sua volta una piccola collina con sopra un albero pieno di foglie che ingiallivano. Mi avvicinai ancora di più. E vidi che ogni foglia era una collina e su ogni collina c’era un albero e su ogni albero altre foglie che ingiallivano e cadevano e così via, all’infinito. Un’eterna catena di alberi e foglie. Avrei avuto senz’altro un capogiro se tutt’a un tratto Piero non avesse parlato, facendomi risalire da quel vortice.
È l’autunno che cambia le cose, disse. Le foglie ingialliscono, gli alberi s’addormentano: è più facile cadere. Io, se proprio devo morire, voglio morire d’autunno. O magari d’inverno. In primavera fa troppo male staccarsi dall’albero. Non credi?

Il vecchio rimase in silenzio per un po’. Scuoteva la testa e la sua bocca s’era piegata in un sorriso stanco che sapeva di lontananza.
– Che ne è stato poi di lui, – chiese l’altro.
– È stato ucciso qualche mese dopo, una mattina di maggio. Lo trovai dentro a un fosso, con un buco così nella pancia, in mezzo a un campo di papaveri. C’èra voluto andare per raccoglierne uno e appiattirlo tra i fogli della lettera che m’aveva fatto scrivere per la sua ragazza. Sono i suoi fiori preferiti, m’aveva confidato. Prima di seppellirlo raccolsi due di quei papaveri; uno lo adagiai nella fossa con lui, l’altro lo mandai, insieme alla lettera, alla sua Ninetta.
Il vecchio versò un po’ di vino nel bicchiere del compagno, poi nel suo. – Ti ho intristito? – disse.
– Be’, di certo non è una storia allegra, – disse il giovane scostandosi i capelli dagli occhi. – Però è bellissima.
– Come ogni storia da cui nasce una poesia.
– E quale poesia è nata da questa?
Il vecchio non rispose. Tirò fuori dalla tasca una biro, scrisse poche parole sopra a un tovagliolo e glielo porse.
– Già, come ho fatto a non pensarci, – disse il giovane.


Non so perché questa storia m’è rimasta tanto impressa, né perché la faccenda delle foglie e dei papaveri m’ha colpito tanto. Vallo a sapere come funzionano certe cose, chi ci capisce è bravo. Ma so che qualche anno dopo, a scuola, ho avuto un brivido alla schiena leggendo una poesia.
L’ho trascritta qui, sul diario.
SOLDATI / Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie.
Bella, no? Magari c’erano queste parole quella sera su quel tovagliolo, vallo a sapere.
È che certe cose, te le perdi e basta, ecco tutto. Non puoi farci niente. Come se la vita fosse un albero, in autunno. Insomma, qualche foglia ti cade, ma non sai né quali né quante finché non te ne rimane nessuna. È una cosa che ti manda ai matti, se ci pensi troppo. Meglio lasciar perdere, dico sul serio.
Quello che importa è che questa mattina vedendo quei papaveri ho avuto un brivido alla schiena, e m’è tornata in mente quella cena e tutto il resto. Strano, no?
Vallo a capire il perché. Forse mi mancano mio padre e i litigi con mia sorella. O forse perché lo spilungone della storia si chiamava Piero – proprio come me – e la sua ragazza aveva lo stesso nome della mia. Certo, non è che ne sia proprio sicuro, è passato un sacco di tempo da quella sera. Ma che importanza ha? Il fatto è che poteva chiamarsi come vi pare: Francesca, Giovanna, Giulietta, o che ne so, fate un po’ voi. Tanto per me, stamattina, poteva avere solo un nome l’amore.
Per questo dopo un po’ mi sono alzato, ho colto uno di quei fiori e, inforcata la bici, ho pedalato come un matto verso casa di Ninetta.

 




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11 novembre 2004


Influenza

 

Quella sera non avevo voglia di andare a dormire. Invece di prendere la via di casa imboccai il corso verso la stazione e mi fermai di fronte a una panchina accanto alla fontana.
Quanto?
Trenta, rispose il ragazzino.
Aspettò il mio assenso, poi mi fece segno di seguirlo. Aveva il viso scuro e le maniche del giacchetto sporche di qualcosa. Prendemmo un vicoletto buio all’angolo e ci fermammo da­vanti a una porta di metallo. Trafficò con una chiave che non voleva più saperne d’aprire quella vecchia serratura consumata dalla ruggine, e al terzo tentativo bestemmiò, sottovoce, ma convinto. Dette uno scossone con la spalla, poi un altro, e ci chinammo per entrare. Scesi tre gradini fummo soli. 
C’era una puzza d’urina che era un chiodo nel naso e l’aria era densa e morta. Il neon, quasi andato, balbettava.
Questo posto fa schifo.
Lui non mi stava a sentire. S’era inginocchiato e aveva cominciato a slacciarmi i pantaloni.
Merda, ma quanto cazzo ci pisciate qua dentro?
Il puzzo mi faceva male agli occhi, non potevo respirare. Mi piegai un braccio intorno alla faccia e presi a inspirare attra­verso la stoffa del cappotto, ma non mi riusciva.
Basta, dissi. Non riesco a respirare. Con una mano gli scostai stizzito la testa e mi riallacciai.
Apri la porta.
Lui si passò il dorso della mano sulla bocca. Prima paga, disse.
Non ti pago un cazzo, qui fa schifo, m’hai portato in una fogna. Forza, fammi uscire.
Scosse la testa. Trenta euro, disse. Trenta euro.

Cacciai di tasca un foglio da dieci. Fatteli bastare, dissi. Glieli tirai in faccia, ma non ci arrivarono e caddero in una pozzetta che doveva essere di piscio. Il ragazzo mi diede una spinta. Frocio di merda, quasi strillò. Mi tirò non so quanti calci alle gambe e mi spinse di nuovo. Poi si chinò per raccogliere i soldi.

Quando uscii, svoltato l’angolo, notai che la luce gialla del lampione denunciava una macchia scura sul cappotto e comin­ciai a imprecare contro quello schifo.
Merda, proprio a me doveva capitare quel maiale, e sputai a terra, accanto a un barbone tutto coperto di pezze oscene, che dormiva o era morto.
Arrivato a casa mi premurai di non svegliare nessuno men­tre infilavo il cappotto in un sacchetto di plastica e lo mettevo nel ripostiglio; del resto mia moglie era in un sonno profondo – o forse faceva solo finta, non so – ma non si mosse quando entrai nel letto e, poco dopo, mi addormentai.


Chiuse la manopola del gas, tolse il pentolino dal fornello, s’avvicinò e mi versò il latte che le avevo chiesto.
Con un po’ di caffè, per favore.
Prese la caffettiera e iniziò a versarne il contenuto guardan­domi con aria interrogativa. Io continuavo a leggere il giornale, ma sapevo quando era il momento.
Basta, grazie.
Ruotò il becco della moka fino a raddrizzarla e si voltò verso i fornelli per appoggiarla da qualche parte. Poi iniziò a lavare i piatti.
Non vai a scuola stamattina? mi chiese.
Ho lezione alla terza ora, dissi. Col pollice e l’indice de­stro afferrai la pagina per l’orecchio. C’è una gita. Chiusi il giornale unendo le mani e lo riaprii alla pagina dopo.
Tua figlia ha la febbre.
Alzai gli occhi e la considerai. Mi teneva le spalle.
Già da ieri sera, aggiunse.
Con una frustata feci schioccare il giornale nell’aria come un lenzuolo appena raccolto. Riattaccai a leggere.
S’è lamentata tutta la notte, disse ancora. Non l’hai sentita?
Io avevo dormito come un sasso.
Gliel’ho misurata alle sette, continuò. Quasi trentotto e mezzo.
Mi voltai dalla sua parte. Così alta?
Lei non si degnò di rispondere né di voltarsi. Continuava a impilare piatti e tazzine facendo finta che fosse cosa urgente.
Bisogna chiamare il medico, dissi. È raffreddata?
Qualche colpo di tosse.
Te l’ho detto che la mandi in giro troppo scoperta, non è mica maggio, porco mondo.
Finse di non aver sentito a causa del getto d’acqua del rubi­netto che aveva appena aperto.
La guardavo. Lei sentiva il peso del mio sguardo, ma continuò a tenermi le spalle con la scusa d’essere indaffarata a sciacquare qualcosa. Così ripresi a leg­gere. Poco dopo richiuse il rubinetto e trafficò nella credenza alle mie spalle, quindi accese il televisore.
Puoi abbassare per favore, sto cercando di finire l’articolo.
Lei sospirò. Ogni giorno ce n’è una, disse.
Mi stavo spazientendo.
Hai sentito che roba? Non so dove andremo a finire…
Cara, dissi seccato. Per piacere.
Altro che mandarla in giro più coperta. Tra un po’ do­vremo chiuderli in casa i nostri figli.
Tirai giù uno sbuffo. Mi vuoi dire che diavolo c’è che non va?
Ma non hai sentito? Ieri notte hanno fracassato la testa a un ragazzino e ci hanno urinato sopra …
Abbassai il giornale.
Un biglietto da dieci euro infilato nel retto, disse. Ma ti rendi conto?
Stavo osservando un piccolo insetto attratto dai granelli di zucchero sparsi sul tavolo, e con una salvietta lo schiacciai.
A che ora apre lo studio del dottore?
Alle nove, disse lei.
La osservai. Se ne stava seduta coi gomiti poggiati sul ta­volo, la fronte nelle mani e lo sguardo piantato sul televisore. Allora chiusi il giornale. Tanto ormai non c’era più verso di leggere in santa pace, in quella casa. Bevvi un ultimo sorso di caffellatte e andai di sopra portandomi dietro la tazzina ancora mezza piena.
Due colpetti alla porta socchiusa.
Avanti, disse. Ciao papà!
Che cos’ha che non va la mia piccola principessa?
La febbre, disse. Quasi trentotto e mezzo.
Oh, ma è un febbrone da cavallo! e imitai un nitrito.
Lei si mise a ridere. Infilai una mano sotto le coperte e co­minciai a toccarla, facendole il solletico. Ci stavamo divertendo e sembrava già guarita. Soltanto alcuni colpetti di tosse ogni tanto la smascheravano.
Ora devi riposare.
Rimboccai le coperte. Con una mano le sfiorai la fronte: scottava. Avvicinai il mio viso al suo, feci scorrere un dito sulle piccole labbra e la baciai, proprio in mezzo agli occhi. Lei sor­rise e contraccambiò con un bacio sul naso.

Aspettami qui che vado a chiamare il dottore che poi viene e ti rimette subito a posto, va bene?
Fece di sì divertita con la testa.
Non te ne andare al mare, capito?
Scosse la testa e rise, come solo i bambini sanno ridere.
Nello studio chiamai il medico. Poi andai di filato verso il ripostiglio, presi il sacchetto di plastica pieno, ci versai dentro il contenuto della tazzina e scesi le scale portandolo con me. Mentre cercavo le chiavi della macchina tranquillizzai mia mo­glie: il dottore diceva di non preoccuparsi. È l’influenza che gira.
Nel sacchetto? C’è il cappotto, le risposi. S’è macchiato col caffè.
L’informai che stavo uscendo. Avrei portato il cappotto in tintoria e sarei passato in farmacia a prendere qualcosa per la piccola.
Tachipirina, mi disse.
Feci cenno d’aver capito e chiusi la porta.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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29 settembre 2004


Prima della giravolta, (6/6) - PAOLO

Non c’è nessuno nella stanza a parte mamma. Lo so perché finalmente ho aperto gli occhi. Mamma mi tiene la mano e dorme con la testa appoggiata accanto a me sul letto. La luce che mi accecava è sparita, forse perché è notte e di notte c’è il buio. Con l’altra mano mi tolgo i tubicini dal naso e mi tiro su col busto.
Mamma, dico. Mamma, svegliati.
Ma lei non si sveglia. La scuoto un po’, ma lei continua a dormire. Allora piano piano sfilo via la mano dalla sua e mi metto a sedere sul letto. Sul comodino accanto al letto c’è un vasetto di gelsomini. Li accarezzo e li annuso. Mi piacciono i gelsomini. Mi alzo, mi infilo le pantofole e esco dal buio della stanza. Fuori c’è un corridoio ma nemmeno lì c’è tanta luce. A ridosso del muro ci sono le panchine lungo tutto il corridoio, interrotte solo dalle porte chiuse, ma non c’è seduto nessuno e c’è silenzio. Comincio a camminare, non vedo la fine del corridoio perché è troppo buio, ma non ho paura e continuo a camminare. Poi comincio a sentire un rumore in lontananza ed è un rumore che conosco. Mi metto a correre, ma dopo un po’ lo perdo e allora torno indietro e quando ci sono davanti capisco che il rumore viene da una delle porte chiuse del corridoio.
La apro. C’è dentro la mia bici, sottosopra, con le ruote in aria e la ruota di dietro che gira e gira e gira, e c’è Jenny che muove il pedale con le mani e si volta a guardarmi e mi sorride.
Dice: Ciao Paolo. È quasi pronta.
Allora entro e mi richiudo la porta alle spalle. E rimaniamo lì dentro da soli io, Jenny e la bici. E sono felice.

 

FINE

 




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28 settembre 2004


Prima della giravolta, (5/6) - MANUEL

Papà non vuole che la prendi.
Non c’è bisogno che lo sappia, ha detto lui. Ha richiuso il cassetto. O hai intenzione di fare la spia?
Non ho detto niente ma lui mi guardava e aspettava una risposta. Ho fatto di non con la testa. Allora per scherzo mi ha puntato contro la pistola, ha fatto finta di premere il grilletto, ha detto: Bang! e mi ha strizzato l’occhio. Io ho riso. Lui ha guardato la pistola da un lato e dall’altro.
Bella, eh?
Mi sono avvicinato e lui me l’ha data tenendola per la punta. Tenevo le mani dietro la schiena coi due indici intrecciati a uncino e mi dondolavo.
Forza, ha detto mio fratello.
Ho aperto la bocca mentre spingevo la lingua sul palato per farla schioccare mentre facevo di non con la testa.
Fifone, ha detto lui.
No, ho detto io.
È andato in cucina e io l’ho seguito. Ha preso un tovagliolo e lo ha steso sul tavolo, poi ci ha appoggiato sopra la pistola. Era nera e lucida, tranne che per il manico che era di legno e sapeva di mobile. Mio fratello ha tirato fuori dalla tasca una scatola rossa di carta e l’ha appoggiata sul tavolo. Si è seduto e io sono rimasto in piedi. Mi sono avvicinato.
Spostati dall’altra parte, mi ha detto mentre apriva la pistola.
No, ho detto io.
E se mi parte un colpo per sbaglio?
Tanto è scarica.
Ha aperto la scatola rossa di carta e ha tirato fuori una pallottola. Era scarica, ha detto mentre la infilava in uno dei buchi.
Non mi sono spostato lo stesso.
Perfette, ha detto.
Chi te le ha date?
Le ho rimediate.
Te le ha date papà?
Mi ha guardato come per dire che ero cretino. Ma che sei cretino? ha detto.
Ha riempito tutti i buchi e ha richiuso la pistola, l’ha impugnata e l’ha guardata di nuovo da una parte e dall’altra. Forte, eh? ha fatto.
A chi devi sparare?
Continuava a guardare la pistola. A nessuno, ha detto.
Si è alzato, è andato alla finestra e l’ha aperta. Si è voltato verso di me. Non vieni a vedere?
Mi sono avvicinato e lui ha puntato la pistola fuori dalla finestra tenendola con tutt’e due le mani stese in avanti.
Non vedo niente.
Prenditi una sedia.
L’ho presa, l’ho messa accanto a lui e ci sono salito sopra in piedi. Si vedevano le case e la strada e il campetto di terra con gli ulivi. Mio fratello puntava la pistola verso le finestre delle case.
Chi ammazziamo? ha detto.
Avevi detto a nessuno.
Poi l’ha puntata in basso verso una macchina che passava per la strada. La facciamo scoppiare? ha detto.
Non ho detto niente e lui non ha sparato.
L’ha puntata ancora più in basso verso una signora con le buste della spesa. Vuoi vedere se la becco in faccia?
Ho fatto di no con la testa.
Così l’ha puntata sulla stradina in salita, prima della curva, verso la ragazza che gridava dietro a quelli in bicicletta, poi l’ha puntata verso quelli in bicicletta e li ha seguiti col mirino e quelli hanno fatto la curva e ha detto: Sparo? e io ho detto: No. Allora l’ha puntata verso il cane che correva dall’altro lato del marciapiede e lo ha seguito con la punta della pistola e teneva un occhio chiuso e uno aperto e non mi ha chiesto niente e se me lo chiedeva gli avrei detto: No.




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27 settembre 2004


Prima della giravolta, (4/6) - MARTA

È come l’altra volta con l’appendicite. Non è diverso. Anche l’altra volta sei stato tanto male perché sembrava solo un mal di pancia e invece eri già in peritonite. Sei stato tanto male, ma poi ti hanno operato ed è andato tutto bene. Anche l’altra volta ti ho tenuto per mano tutta la notte ed è andato tutto bene. È come l’altra volta. Solo che invece di avere male alla pancia hai male alla testa. L’altra volta avevi un problema alla pancia e stavolta ce l’hai alla testa, ma non è diverso. Non è la prima né l’ultima volta che ti tengo la mano quando stai male. L’operazione è andata bene e adesso devi solo riposare e riposare vuol dire dormire. Dormire per poi risvegliarsi freschi e riposati – capito? – ti sveglierai fresco e riposato e starai bene e il dolore sarà stato solo un brutto sogno. Solo un brutto sogno. Ti ricordi quando ti svegliavi sempre nel cuore della notte perché facevi quell’incubo in cui ti rincorrevano e alla fine cadevi giù dal tetto? Venivi nella nostra camera con quei lacrimoni, e ci svegliavi a me e papà. Ti ricordi? Avevi paura di tornare a dormire perché non volevi rifarlo, allora papà ti ha insegnato quel trucco per uscire in tempo da un sogno appena comincia a diventare brutto. Te lo ricordi, vero? Certo che te lo ricordi. Papà ti aveva detto: Appena il sogno comincia a farsi strano e te ne vuoi andare, tu fa’ una capriola dicendo: Sogno brutto sogno brutto non mi fai più stare in lutto me ne vado questa volta grazie a questa giravolta! E tu dicevi che funzionava e non avevi più paura. Ecco, non devi avere paura nemmeno questa volta, capito? Devi fare come ti ha insegnato papà. Fai la giravolta e dici la filastrocca. E vedrai che così ti svegli e sarà stato solo un brutto sogno. Così ce ne andremo a casa e tutto andrà bene. Vedrai. Ce ne andremo a casa e tutto andrà bene.




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27 settembre 2004


Prima della giravolta, (3/6) - PAOLO

La macchia biancastra mi ciabatta intorno e mi tocca il braccio – tocca il tubicino che mi esce dal naso – mi parla e io la sento ma non capisco quello che dice perché lo dimentico subito – il rumore che ronza – mi fanno male il naso e gli occhi – la luce che pulsa mi fa male agli occhi – mi acceca – non posso aprire bene gli occhi perché c’è la luce che acceca e perché ho le ciglia appiccicate – come quando piango e mi addormento – il rumore – piango e mi addormento e Non devi piangere Non devi piangere Non devi piangere mi ripeto mentalmente mentre risalgo sulla bici e me ne vado e la lascio lì da sola. Jenny mi dice: Rimani. Ma io non rimango e non rispondo niente, nemmeno: No, perché per rispondere devo parlare e se parlo piango. Pedalo via e basta, e pedalo più che posso, e corro come un matto e ho voglia di gridare perché ho qualcosa dentro che è come un’esplosione. Ma non posso gridare perché se grido piango e se piango sono uno stupido – c’è mamma nella stanza e mi tiene la mano – l’odore di mamma e dei gelsomini – e mi tiene la mano – mamma mi tiene la mano e mi parla e io sento ogni parola – la capisco – ma poi mi dimentico subito la parola che ha appena detto – il rumore rimbalza – ed è come se non l’avessi mai capita – ma mi ricordo che l’avevo capita – c’è mamma nella stanza e mi tiene la mano – mi parla e io voglio guardarla – il ronzio che rimbomba – mi parla ma non posso aprire gli occhi perché la luce mi fa male – e il naso – e mi parla e io capisco le parole – ma poi le dimentico ed è come non averle mai capite – ma mi ricordo che le avevo capite.




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26 settembre 2004


Prima della giravolta, (2/6) - JENNY

Lo sa dio se è una cosa stupida, è una cosa troppo stupida anche per un maschio. Sempre a fare quelle gare imbecilli come se la strada non fosse una strada e le macchine non fossero macchine e i muretti muretti. Ma lo sono. E anche se non lo fossero, se gli funzionassero almeno una manciata di neuroni nella zucca non lo farebbero lo stesso, perché loro sarebbero comunque quello che sono, e cioè esseri umani, e gli esseri umani sono fatti di carne e non sono immortali. Ma loro pensano di esserlo perché sono stupidi. Troppo stupidi anche per essere maschi. Li odio. Lo so che gli hanno sparato e non c’entrano niente la strada e i muretti e le macchine, ma che cavolo, se non avessero fatto quella stupida gara non sarebbe successo niente perché lui non si sarebbe trovato in quel momento e io non sarei qui adesso a sentirmi così male. Sarei ancora seduta sul muretto con Nadia e magari ci sarebbe anche lui, invece di correre con quei cretini, e ce ne staremmo tutti e tre seduti a raccontarci storie di fantasmi come quella volta che pioveva, e sarei felice. E invece mi trovo qui e lui è chiuso là dentro e non mi fanno nemmeno entrare perché fanno entrare solo il padre e la madre. Così ho dovuto dare a loro i gelsomini – che a lui piace tanto l’odore – e quando sono usciti sua madre piangeva. Non è giusto. Se non gli dicevo di no, non sarebbe successo. Se non gli dicevo di no sarebbe stato veramente accanto a me sotto l’ulivo invece di fare quella gara per deficienti. Non è giusto. Ma perché cavolo non gli ho detto di sì l’altro ieri merda merda merda sono una stupida. Che mi costava, cavolo. Sì, avrei dovuto baciarlo, ma non con la lingua, e dopo ci saremmo tenuti solo mano nella mano. Non è giusto. Io gli voglio un mondo di bene a Paolo e mi piace, mi piace davvero. Ma non in quel modo. Non allo stesso modo in cui io piaccio a lui. Non lo so perché. Lui mi ha chiesto di metterci insieme e io gli ho detto di no e allora lui ha detto che non è vero che mi piace e che sono una bugiarda. Io gli ho detto che non era vero e che eccome se mi piaceva, allora lui ha provato a baciarmi e io mi sono girata. Non lo so perché, non mi veniva. Che stupida, guarda che ho combinato. Se lo baciavo adesso stavamo insieme io lui e Nadia a raccontarci storie di fantasmi e saremmo felici. E non avrei provato quella fitta allo stomaco a vederlo scendere giù come un matto per la discesa e non sarei qui e non mi sentirei così male. Sono una stupida. Troppo stupida per essere femmina.




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