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L’uomo ragionevole

«L’uomo ragionevole si adatta al mondo. Quello irragionevole tenta in ogni modo di adattare il mondo a sé stesso. Ne consegue che il progresso dipende interamente dall’uomo irragionevole».
George Bernard Shaw

Nebbia

Online:


21 agosto 2005


Scenda la notte

Scenda la notte
coi suoi drappeggi neri
come un vecchio sipario impolverato.

Mi accontenterò
di aspettare il mattino:
non chiederò niente alle stelle
e la luna, lei può anche tramontare.

Vengano pure a bussare alla mia porta
i poliziotti delle giornate sprecate nell’ozio,
vengano i guardiani della produttività
coi manganelli e le manette tintinnanti.

Io non aprirò a nessuno.

E se mi prenderanno sappi
amore mio
che non racconterò  
le cose che mi hai confidato
in sogno
quando il tuo dolore era bianco
come un lenzuolo steso.

Scenda pure la notte
coi suoi drappeggi neri.
Io mi siedo qui
e aspetto.

E se verranno a bussare alla mia porta
– ti giuro –
non aprirò a nessuno.




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8 agosto 2005


Con melancólica vanidad

Nell’idea di morte ci sono diverse implicazioni intollerabili. Ma una, più di tutte, ci offende: che il mondo andrà avanti, indifferente, senza di noi. Persisterà nella sua incessante catena di mutamenti finché non resterà neanche l’ombra della nostra permanenza in questa strana cosa che è la vita. Non più il tuo viso né le ossa, non più il cuore di chi hai amato, ma nemmeno la seggiola di vimini su cui mangiavi pane e pomodoro né la roccia su cui le sedevi accanto, quella sera, al tramonto. Niente.

A questo pensava Borges nel descrivere la morte della sua amata Beatriz nel racconto El Aleph:

«La candente mañana de febrero en que Beatriz murió [...] noté que las carteleras de fierro de la Plaza Constitución habían renovado no sé qué aviso de cigarrillos rubios; el hecho me dolió, pues comprendí que el incesante y vasto universo ya se apartaba de ella y que ese cambio era el primero de una serie infinita»*.

Ecco l’offesa: il mondo a un certo punto ci esclude, noi e i nostri cari, e se ne frega. Continua a cambiare, e l’erosione di questi mutamenti consuma noi e il ricordo di noi e di ogni minuto trascorso. E allora, cosa potrà più salvarci dalla vendetta dei nichilisti? «Cambierà l’universo – scrive subito dopo Borges – ma non io!» e precisa di aver formulato questo pensiero-proposito con «malinconica vanità».

Ed ecco la risposta: ci salva un po’ di vanità, meglio ancora se accompagnata da un pizzico di malinconia. Per restarsene impettiti e fieri a guardare l’onda di tsunami dell’oblio, in piedi sulla riva della vita guardarla crescere per travolgerci, fermi lì, senza spostarsi di un centimetro.


* «L’incandescente mattina di febbraio in cui Beatriz morì, notai che le impalcature di ferro di Plaza Consitucion avevano cambiato non so quale pubblicità di sigarette; questo fatto mi avvilì, perché compresi che il vasto e incessante universo già si allontanava da lei e che quel cambiamento era il primo di una serie infinita».




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28 giugno 2005


Malattia

Non so dire
quando o perché
mi sei entrata dentro
come un virus.
Ma la mia febbre sale
le mie ossa scricchiolano
e tremo e sudo
alla tua vista.




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14 aprile 2005


A quando uno Stato-madre?

Alla fine la ragazzina di diciassette anni ha abortito. Si chiude il sipario su una vicenda dolorosa, che riguarda la vita e la coscienza di una persona di cui non sappiamo quasi niente. Il sipario si chiude, naturalmente, solo per noi, il pubblico, spettatori di una tragedia minimalista cui forse non avevamo il diritto di assistere. Per lei, la ragazza, la tragedia continua.
Come dicevo, non avevamo il diritto di assistere. Eppure sono contento di aver assistito, perché a un certo punto ho imparato una cosa. Me l'ha insegnata la madre della ragazza. La stessa che si era opposta strenuamente all'intenzione della sua bambina di abortire, creando un caso nazionale che ha richiesto l'intervento di un giudice tutelare. Ebbene: questa madre è rimasta accanto alla figlia, in ospedale. Le ha tenuto la mano mentre le praticavano l'aborto.
Questo fatto naturale mi ha intimamente soddisfatto e ha risuonato in me per qualche minuto prima che mi fosse del tutto chiaro il perché.
E il perché è che quella madre si è comportata esattamente come si dovrebbe comportare una comunità civile, uno Stato realmente moderno. Essere, cioè, anche in disaccordo con le tue opinioni e con le tue scelte, ma restarti comunque vicino, non abbandonarti, né se decidi di abortire né se decidi di avvalerti della procreazione assistita. Uno Stato-madre, che ti resta accanto e ti tiene la mano anche quando non la pensa come te.




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24 febbraio 2005


Compleanno (per chi pensa di sapermi)

Io non esisto
non sono nessuno
non sono niente.
E se mi guarderai arrivare
non vedrai che un corpo
e un’ombra.

Io non appartengo
non mancherò a nessuno
non mancherò mai a niente.
E se festeggerai il mio compleanno
o piangerai al mio funerale
sarai buffone in una farsa.

Perché io – a differenza delle cose vere
non sono nato mai né sono morto.
E se la mia rivelazione ti sembrerà un po’ triste
non ti fermare alle apparenze:
non vedi che somiglia quasi a un dio
chi non esiste?




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22 dicembre 2004


Risveglio

Giungo alla vita
calmo come il salice
fiero come il vento.
Nel mare grosso e nel ruscello
e ovunque sorga acqua
io mi compiaccio
perché rivedo il mio riflesso
nei tuoi occhi.
Lo stesso uomo, un uomo nuovo.

E m’incammino sul sentiero
verso luoghi sconosciuti
dove tutte le cose sembrano buone
e si compiacciono di me che indosso
– come un semplice gioiello –
il tuo sorriso
sulle labbra.




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15 dicembre 2004


Una specie di rimedio



A volte m’immagino diverso da come sono.
M’immagino più alto e meno magro
con un sorriso onesto e misterioso
come Cary Grant.

Dev’essere una specie di rimedio
che ha la mia immaginazione
per tutte quelle volte che mi scopro goffo
e non riesco a esser bello e centro d’attenzione.

A volte mi piaccio come sono e come parlo,
mi piacciono i miei occhi e le mie mani
e quel mio modo fine di sentire scorrere la vita
come un fiume.

Dev’essere una specie di rimedio
che ha la mia insoddisfazione
per tutte quelle volte che non vivo a fondo
e invece di stupirmi mostro assuefazione.

A volte, ma solo a volte, m’immagino già morto.
E non sento niente e non cerco niente.
Allora mi risveglio e torno in me di colpo
come per paura della pace
che vi trovo.

Dev’essere una specie di rimedio.




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2 dicembre 2004


La mia zona scura

Ti dico: «io anelo alla luce».
Così me ne sto al sole.
Ma non posso starmene al sole
senza proiettare un’ombra.
Quanto più risplende il sole,
tanto più marcata l’ombra.
Perciò non mi lamento
di ciò che in me non brilla.
Perché delle due l’una:
o alla luce del giorno
o a quella della luna.
E quando questo mio buio
non ti piacerà o ti farà paura
tu ricordalo: è la luce
a generare la mia zona scura.




 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 

 

 




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6 settembre 2004


A proposito di aspettative, parole e azioni

Io vivo di attimi che prolungo infinitamente nello spazio e nel tempo. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni parola: sono importanti e premono sul petto e m’innalzano il cuore.
Gli individui si nascondono come topi, rosicchiano la vita di nascosto, giorno dopo giorno. Camuffano gesti e opinioni con l’abilità del clown. Dissimulano come possono l’irruenza ineluttabile dei sentimenti.

Io vivo di attimi che prolungo infinitamente. Trattengo i gesti e le parole davanti agli occhi, non mi sottraggo all’intuizione. E laddove manchi una maglia nel tessuto o un piccolo dettaglio che renda straordinario quel momento, io l’invento. Poiché m’è dato di creare, io creo. E non so mai se scrivo ciò che accade o se tutto ciò che scrivo, semplicemente, accade.




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27 agosto 2004


Solo un viaggio nel cielo (Aleph)

M’accompagni come un cieco lungo il fiume della nostra vita
Mi risparmi il buio e vigili dolce magico su di me
T’accompagno con lo sguardo mentre scali il tuo cielo nero
Non temere, non tremare: il ricordo è vivo della complicità

Solo un viaggio nel cielo, solo un sole che è solo
ti trasformi in pensiero, tagli il velo
Solo un’onda del mare che accarezza il mio cuore
sto a guardarti e sorrido: solo il sole

I progetti i sogni le opinioni vivono e risuonano
La tua voce splende semplice magica facile, dentro me

Solo un viaggio nel cielo, solo un sole che è solo
ti trasformi in pensiero, tagli il velo
Solo un salto nel vuoto, l’ultimo mio saluto
non mi può spaventare: tu sei il sole

In un lampo i sogni fuggono sbiaditi e mi spogliano
in un lampo i miei brividi scorrono fragili verso te...



Questa canzone è stata scritta 10 anni fa per un amico che se n’è andato suo malgrado.
Oggi mi sento di suonarla e cantarla per un collega che conoscevo solo attraverso i giornali e le tv e che, anche lui, se n’è andato suo malgrado.

Ascoltala qui




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