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L’uomo ragionevole

«L’uomo ragionevole si adatta al mondo. Quello irragionevole tenta in ogni modo di adattare il mondo a sé stesso. Ne consegue che il progresso dipende interamente dall’uomo irragionevole».
George Bernard Shaw

Nebbia

Online:


18 novembre 2004


Lo Scrittore

La prima volta che ho visto questa bella illustrazione di Escher mi sono detto: ecco cos'è un artista, ecco cos'è uno scrittore!




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10 settembre 2004


Sono partigiano

«Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti».

«L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza».

«Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare».

«Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente».

«Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?»

«Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime».

«Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta già costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano».

«Vivo, sono partigiano. Perché odio chi non parteggia, odio gli indifferenti».


 


 


 


 


 


          Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917




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20 agosto 2004


I giorni perduti

Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernst Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa su di un camion.
Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion
fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone.
Kazirra scese dall’auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi
passi, la scaraventò nel botro, che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali.
Si avvicinò all’uomo e gli chiese: – Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse?
Quello lo guardò e sorrise: – Ne ho ancora sul camion, da buttare. Non sai? Sono i giorni.
– Che giorni?
– I giorni tuoi.
– I miei giorni?
– I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto?
Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso...
Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno.
C’era dentro una strada d’autunno, e in fondo Graziella la sua fidanzata che se n’andava per
sempre. E lui neppure la chiamava.
Ne aprì un secondo. C’era una camera d’ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava. Ma lui era in giro per affari.
Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duk, il fedele mastino che lo
attendeva da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare.
Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava diritto sul
ciglio del vallone, immobile come un giustiziere.
– Signore! – gridò Kazirra. – Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La
supplico. Almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.
Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per
dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell’aria, e all’istante
scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l’ombra della notte scendeva.

[Dino Buzzati, Le notti difficili]




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16 agosto 2004


Yeoshua Ben Yoseph

Parlare di Gesù non è facile, e sospetto che non sia nemmeno troppo «corretto».

Non mi riferisco alla questione ormai millenaria della sua effettiva esistenza storica. Questo problema non mi tocca. Per quanto mi riguarda, infatti, il Gesù di Nazareth dei Vangeli ha avuto un’esistenza altrettanto reale del Napoleone di Stendhal o dell’Averroè di Borges.

Conosciamo il mondo attraverso il racconto di chi lo ha vissuto, e questo è quanto. Inoltre, chiunque si sia mai soffermato qualche istante a riflettere sul gesto della narrazione si sarà accorto che l’esistenza o la non esistenza nel mondo fisico dei protagonisti delle storie che leggiamo, ascoltiamo o vediamo non influisce minimamente sulla nostra capacità di gioire e soffrire insieme a loro, né sulle modificazioni permanenti che una buona lettura può suscitare in un’anima predisposta. I libri, i film, le storie possono cambiarci la vita, lo sapete.

Ma c’è di più. Alcuni, e io tra questi, sono convinti che la narrazione «definisca» la realtà. Il semplice gesto di raccontare una storia, la rende automaticamente vera. Non a caso la Bibbia recita: «In principio era il Verbo» e mostra un Dio intento a creare l’Universo semplicemente «nominandolo» (Dio disse: «Sia luce!» E luce fu)...

Il motivo per cui dubito che sia corretto parlarne è puramente affettivo. In duemila anni di cristianesimo in suo nome sono stati commessi i più atroci e svariati delitti contro l’umanità, e non vorrei tirarlo in ballo anch’io in una faccenda che, mi sembra, non apprezzerebbe.

Questa faccenda riguarda la sua eredità, che i Cavalieri della Tavola Rotonda chiamavano Santo Graal (Sangue Reale --> Sang Real --> Saint Grail) e che io chiamo Purezza di Cuore o Nuova Umanità, ovvero il risultato del suo sacrificio. «L’Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo» promette la liturgia. Il sangue degli agnelli sacrificati veniva raccolto in una coppa, e rappresentava il dono dell’Uomo, che si privava del bene dell’agnello (molto prezioso per un popolo di pastori) per offrirlo a Dio. Il Santo Graal simboleggiava il dono di Dio all’Uomo, attraverso il sacrificio del Figlio. Dio ha donato all’Uomo la Purezza di Cuore, la Nuova Umanità. Ma l’Uomo, quel dono, l’ha subito smarrito.

Incontro sempre più persone che, facendosi scudo della croce, predicano l’odio razziale, religioso, economico. Abbelliscono la parola «guerra» con un delizioso ossimoro («umanitaria») e ritengono un «male necessario» l’annientamento di migliaia di vite innocenti, tant’è che li chiamano «side effects», effetti collaterali. Mostrano interesse maggiormente per la «forma» delle cose, trascurandone la sostanza (vedi Costituzione Europea). Rivendicano la salvaguardia delle proprie radici culturali preferendo ributtare a mare i clandestini, dimenticando che quelle radici imporrebbero di «amare il prossimo tuo come te stesso». Essi stessi, in realtà, stanno distruggendo le proprie radici. Inoltre, votano (ma potrei dire «adorano») un uomo politico indicibilmente ricco, perché essi stessi amano accumulare ricchezza invece di ridistribuirla più equamente, ignorando stizzosamente le parole che Yeoshua Ben Yoseph ha più volte riservato alla ricchezza materiale e a chi la persegue. Hanno smarrito il dono del Dio in cui dicono di credere. Anche se a volte sospetto che l’abbiano gettato volontariamente, perché non era gradito.




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14 agosto 2004


Jorge Luis Borges, Istanti

Se potessi vivere di nuovo la mia vita.
Nella prossima cercherei di commettere più errori.

Non cercherei di essere così perfetto, mi rilasserei di più.
Sarei più sciocco di quanto non lo sia già stato,
di fatto prenderei ben poche cose sul serio.
Sarei meno igienico.
Correrei più rischi,
farei più viaggi,
contemplerei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei in più fiumi.
Andrei in più luoghi dove mai sono stato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali, e meno problemi immaginari.
Io fui uno di quelli che vissero ogni minuto
della loro vita sensati e con profitto;
certo che mi sono preso qualche momento di allegria.
Ma se potessi tornare indietro, cercherei
di avere soltanto momenti buoni.
Ché, se non lo sapete, di questo è fatta la vita,
di momenti: non perdere l'adesso.
Io ero uno di quelli che mai
andavano da nessuna parte senza un termometro,
una borsa dell'acqua calda,
un ombrello e un paracadute;
se potessi tornare a vivere, vivrei più leggero.
Se potessi tornare a vivere
comincerei ad andare scalzo all'inizio
della primavera
e resterei scalzo fino alla fine dell'autunno.
Farei più giri in calesse,
guarderei più albe,
e giocherei con più bambini,
se mi trovassi di nuovo la vita davanti.
Ma vedete, ho ottantacinque anni e so che sto morendo.
Jorge Luis Borges




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