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L’uomo ragionevole

«L’uomo ragionevole si adatta al mondo. Quello irragionevole tenta in ogni modo di adattare il mondo a sé stesso. Ne consegue che il progresso dipende interamente dall’uomo irragionevole».
George Bernard Shaw

Nebbia

Online:


12 dicembre 2004


Test: trovate il numero mancante

1
11
21
1211
111221
312211
..........  (?)

Nella vita, spesso, accadono cose che paiono senza logica. Non parlo di cose assolutamente insensate, tipo incendiarsi i capelli o votare Berlusconi. No. Parlo di cose che, sotto sotto, una logica ce l'hanno. Ma è talmente complicata, o talmente semplice, che sulle prime non riusciamo a vederla (oppure ci illudiamo di vederne una, che però, alla prova dei fatti, risulta errata). Non faccio riferimento a qualcosa in particolare, ma confesso che i rapporti con le persone, specialmente i rapporti d'amore, a me sembrano avere a che fare con questa cosa qui. Perciò il test. Prendetelo come un allenamento. Un modo per abituarsi ad aprire la mente verso soluzioni che sono state sempre lì, sotto i nostri nasi, ma che fino a quel momento avevamo sempre considerato nella maniera sbagliata.




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2 novembre 2004


Ottimo lavoro Mr. Bush!

La guerra in Iraq: vittime civili e responsabilità politiche

di Richard Horton

L’attuale conflitto in Iraq sta evidenziando una contraddizione di proporzioni paradossali. Gli iracheni, il loro governo provvisorio e i loro occupanti (principalmente americani e britannici) si stanno preparando per le elezioni politiche nazionali previste per l’inizio del nuovo anno. Eppure una spietata e violenta insurrezione sta ancora, e con successo, destabilizzando questi piani, uccidendo i civili stranieri e le reclute del corpo di polizia irachena nei modi più brutali e inimmaginabili, utilizzando perfino i media di tutto il mondo per il loro scopo. In questo clima di profonda incertezza è difficile giudicare cosa stia accadendo tra gli stessi iracheni.

Questa settimana «The Lancet» pubblica il primo studio scientifico sugli effetti che questa guerra ha avuto e sta avendo sui civili.

Grazie a una speciale collaborazione tra ricercatori americani e iracheni, Les Roberts e i suoi colleghi hanno sostanzialmente riscontrato un numero assai maggiore di morti in Iraq dal momento della sua invasione rispetto a quanto accadeva nei mesi immediatamente precedenti. Molto di questo eccesso di mortalità è dovuto al prevalente clima di violenza nel paese, e molte delle vittime civili di cui quest’indagine ci riporta sono attribuibili all’azione diretta delle forze della coalizione.

Questo studio – e le proiezioni del tasso di mortalità relativo ai due periodi qui riportato – dovrebbe avere delle implicazioni immediatamente traducibili nella politica di quanti sono investiti della responsabilità della gestione del dopoguerra iracheno.

Lo Studio:

La mortalità prima e dopo l’invasione anglo-americana in Iraq, un’indagine su gruppi campione

di Les Roberts, Riyadh Lafta, Richard Garfield, Jamal Khundhairi e Gilbert Burnham

Nel marzo del 2003, forze militari appartenenti principalmente agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna invasero l’Iraq. Noi abbiamo condotto una indagine mettendo a confronto la mortalità che c’era in quel paese nei 14-15 mesi che hanno preceduto l’invasione con i 17-18 mesi successivi.

Una indagine su un gruppo campione è stata intrapresa da un capo all’altro dell’Iraq nel settembre del 2004. Ben trentatrè (33) gruppi, composti da trenta (30) nuclei familiari ciascuno, sono stati intervistati riguardo la composizione della famiglia, le nascite e i decessi a partire dal gennaio del 2002. Per quei nuclei familiari che riferivano di decessi, sono state registrate la data, la causa e le circostanze decesso. Abbiamo stimato il rischio di morte relativo associato alla circostanza dell’invasione del 2003 e della conseguente occupazione mettendo a confronto la mortalità registrata nei 17-18 mesi successivi a tale evento con quella registrata nei 14-16 mesi precedenti.

Il rischio di morte stimato, dopo l’invasione dell’Iraq, risulta essere 2,5 volte maggiore di quello riscontrato nel periodo antecedente alla guerra. I due terzi di tutte le morti violente sono stati riscontrati in un solo gruppo campione nella città di Fallujah. Se si esclude il dato di Fallujah, il rischio di morte dopo l’invasione è 1,5 volte superiore a quello precedente. Abbiamo stimato che, dopo l’invasione, i decessi sono stati 98.000 in più di quelli attesi, e addirittura molti di più se si include il dato particolare di Fallujah.

Le maggiori cause di morte prima dell’invasione erano l’infarto miocardico, i disturbi neurovascolari e altre malattie croniche, mentre dall’invasione in poi la prima causa di morte è diventata la violenza. Le morti violente sono largamente riportate in 15 gruppi campione su 33 e dovute principalmente all’azione militare delle forze della coalizione. Per la maggior parte, gli individui uccisi dalle forze della coalizione risultano essere donne e bambini. Il rischio di morte dovuta alla violenza nel periodo successivo all’invasione è circa 58 volte superiore di quello precedente alla guerra.

Facendo una stima conservativa (cioè «sottovalutativa», N.d.T.), pensiamo che oltre 100.000 decessi si siano verificati a causa dell’invasione anglo-americana dell’Iraq iniziata nel marzo 2003. La violenza è stata determinante nella maggior parte di queste morti in eccesso, e in particolare i bombardamenti aerei delle forze della coalizione hanno causato il più di queste morti violente.

Con questa indagine abbiamo dimostrato che la raccolta di informazioni sulla salute pubblica è possibile anche in periodi di estrema violenza. Il nostro studio,  seppure necessiti di ulteriori approfondimenti, dovrebbe indurre a considerare delle soluzioni che riducano i decessi di persone non-combattenti dovuti ai bombardamenti aerei.

(Traduzione di Riccardo Rita)




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6 ottobre 2004


Povera Patria

Povera patria, schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame che non sa cos’è il pudore.
Si credono potenti e gli va bene quello che fanno
e tutto gli appartiene.

Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni.
Questo paese è devastato dal dolore.
Ma non vi danno un po’ di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?

Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà...

Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.

Non cambierà, non cambierà
sì che cambierà, vedrai che cambierà...

Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po’ da vivere.
La primavera intanto tarda ad arrivare...


Franco Battiato




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1 ottobre 2004


Antiamericanismo

«Colpire Saddam è stato un errore madornale. (...) Dopo questo atto arbitrario che ha isolato gli Stati Uniti, il mondo è un posto peggiore, il terrorismo rinvigorito. Invadere l’Iraq dopo l’attacco alle torri gemelle è stato come se dopo Pearl Arbour l’America avesse invaso il Messico».

J.F. Kerry, candidato alla presidenza USA e famoso comunista intriso di pregiudizi antiamericani.




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15 settembre 2004


La lotta al terrorismo

«Il mondo oggi non è più sicuro di quanto lo era prima della caduta di Saddam Hussein. L’intervento per abbattere il regime iracheno ha finito per infiammare il terrorismo».

Chris Patten, commissario europeo alle relazioni esterne. Strasburgo, 15 settembre 2004.




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31 agosto 2004


La regola di San Tommaso



 



 



 



 


 

Per chi si fida solo di ciò che vede. L'immagine è ferma.




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19 agosto 2004


Le radici cristiane dell'Italia

Le radici cristiane dell’Italia: «Contro i clandestini occorre la forza. Lo sbarco dell’ennesimo barcone testimonia che non ci sono rigorosi controlli per respingerli in alto mare. Il nostro è il ruolo della sicurezza, non quello della Croce Rossa».
Roberto Calderoli, ministro della Repubblica.

N.B. I morti nel tentativo di raggiungere le coste italiane sono stati finora 1.167

da lUnità di oggi.




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17 agosto 2004


La leggenda del santo salvatore

«Ckein Saar, 27 anni, senegalese, muratore. Da cinque anni viveva in Toscana, a Castagneto Carducci. Guardava il mare e parlava con un amico, suo compagno di lavoro, durante una pausa. Improvvisamente, delle grida in mare. Un uomo chiedeva aiuto: stava affogando. Ckein e il suo amico si sono buttati in acqua, senza chiedersi chi fosse l’uomo, quale fosse il colore della sua pelle, la sua religione. Si sono buttati in acqua, Ckein e l’amico, e hanno salvato dalla morte quell’uomo sconosciuto».

«Ckein però non ce l’ha fatta a tornare sulla spiaggia. Senza volere, sapere e neanche avere il tempo di esprimere frasi retoriche, ha donato la sua vita per salvare un altro uomo. È stato un gesto di generosità, di solidarietà umana vera: insomma un ordinario atto di eroismo»...

«Il muratore senegalese non conosceva certo gli insigni ministri Calderoli e Castelli. Probabilmente aveva sentito dire delle loro minacce, delle ricorrenti grida di ostilità, degli appelli all’uso della forza, della volontà di negare i diritti fondamentali di cittadinanza, compresa la libertà di religione, a chi non è nato in Italia o in Europa. Avrà avvertito, da lontano, i segnali di inimicizia di Borghezio, si sarà preoccupato degli odii che molti signori della destra, giorno dopo giorno, diffondono a piene mani, a volte nascondendosi dietro un ruolo nelle istituzioni, del quale non si mostrano degni».

«Per molti leader della destra, per i capi della Lega, gli immigrati non sono uomini come gli altri; buoni e cattivi come gli altri; più sofferenti e poveri. Sono tutti dei criminali, dei terroristi, nel migliore dei casi dei ladri di lavoro».

«Loro, una buona parte dei signori della destra, si presentano come difensori di una virtù e di una onestà che coincidono sempre, per definizione, con il colore bianco della pelle; con una religione vissuta come un’ideologia che esclude e vede come nemici gli uomini diversi da noi; con un fondamentalismo che va combattuto perché porterebbe solo barbarie. Rappresentano il passato del mondo, non il futuro che vale la pena di impegnarci a costruire».

«Presidente Ciampi, mi rivolgo anche a Lei. Ckein merita attenzione e riconoscenza anche da parte delle più alte cariche del nostro Stato. Merita, credo, di essere insignito del più alto riconoscimento per un cittadino del nostro Paese. Merita di non essere dimenticato. Non era nato a Livorno né nella nostra Toscana, ma lì è vissuto negli ultimi cinque anni e lì è morto, per salvare la vita a un'altra persona. Dirgli grazie aiuta la nostra convivenza. Anche se è poco. Anche se avremmo dovuto fare molto di più».

Vannino Chiti, coordinatore della Segreteria DS




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