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L’uomo ragionevole

«L’uomo ragionevole si adatta al mondo. Quello irragionevole tenta in ogni modo di adattare il mondo a sé stesso. Ne consegue che il progresso dipende interamente dall’uomo irragionevole».
George Bernard Shaw

Nebbia

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17 maggio 2006


La mia visione - parte seconda

La società industriale sta entrando nella sua adolescenza. Proprio come dei normali adolescenti, i suoi componenti cominciano a dare segni di inquietudine, spaesamento e voglia di indipendenza. L’azienda in cui si lavora e lo Stato rappresentano due diverse emanazioni di quell’entità paterna che, non a caso, viene da alcuni definita patria. Nell’infanzia e nella pubertà della società industriale questa entità, in tutte le sue emanazioni, si è comportata esattamente come avrebbe fatto un normale genitore: prendendosi cura dei cittadini, fornendo loro un netto modello di comportamento ed esercitando su di loro una forte influenza. Questo presupponeva che lo Stato e le sue emanazioni dovessero instaurare col cittadino-lavoratore un legame molto stretto, con reciproci vincoli sul modello familiare e matrimoniale. In questo quadro, lo Stato e le aziende garantivano al lavoratore una notevole stabilità (che rifletteva e incoraggiava il modello sociale vigente). In cambio, il lavoratore rinunciava a gestire direttamente buona parte della propria vita: non più il controllo del suo tempo, del luogo in cui vivere, di come vestire, eccetera. Di fatto, il lavoratore cedeva il controllo della sua vita in cambio della sicurezza. (Una sicurezza che veniva elargita non in cambio dei suoi meriti o delle sue competenze, ma semplicemente come contropartita alla parziale cessione della sovranità su se stesso. In questo modo, la cessione diveniva il suo merito).

Questa dinamica ha prodotto una società paternalistica composta da cittadini (paradossalmente?) insicuri e con scarsa stima di sé, abituati a lasciarsi gestire e ad aspettare che qualcun altro gli risolva i problemi o gli fornisca le soluzioni (e che inorridiscono fino alla paralisi alla sola idea di poter cadere e sbattere il culo per terra). Nello stesso tempo, sempre di più le giovani generazioni ripudiano l’interferenza paterna e da più parti cominciano a sfidare il mondo togliendo le rotelle alla bici della vita. In questa contraddizione consiste forse lo stato di crisi permanente in cui versano le generazioni tra i 30 e i 40 anni tanto documentata da libri, film e studi sull’argomento.

Di fronte a questa transizione sociologica verso una più compiuta autoconsapevolezza la politica appare altrettanto spiazzata, incapace di intercettare questo desiderio di indipendenza e di misurarsi col mondo e con sé stessi sempre più frequente nelle giovani generazioni. Questo desiderio di indipendenza si innesta su un profondo bisogno di essere considerati nella propria singolarità. «La società e le aziende in cui lavoro» sembrano dire sempre più uomini e donne, «devono considerarmi nella mia unicità e irripetibilità. Io non sono una categoria. Io valgo e devo essere misurato sulla mia propria potenzialità creativa. Io all’azienda e allo stato darò questa mia unicità. L’azienda e lo Stato devono fare lo stesso, riconoscendola e rapportandosi a essa».

Questo rapporto ego-centrato non contraddice quell’alto riferimento all’uguaglianza proprio delle sensibilità di sinistra. Una società che incoraggia ciascun individuo a coltivare la propria unicità e irripetibilità di essere umano richiede un alto grado di trasparenza ed equità sociale. Riconoscere la particolarità dell’uno, infatti, equivale a sostenere quella dell’altro.

Ciascuno è chiamato a realizzare se stesso in base alle proprie attitudini e alle proprie preferenze. Non è un’utopia. Le possibilità aperte dalle nuove tecnologie stanno dimostrando che il tessuto sociale è intriso di potenzialità creative inascoltate. E non è forse compito di una sinistra moderna indicare la via verso un sempre maggiore allargamento della base produttiva nel mercato delle idee?

Invece di parlare sempre come un genitore iperprotettivo occorre che la politica inventi un nuovo modo di rivolgersi alle giovani generazioni, perché nella loro adolescenza hanno bisogno di un pizzico di considerazione da adulti, se volgiamo che poi lo diventino. La precarietà forse non è quello che sembra. Forse è solo un modo un po’ più adulto e consapevole di descrivere la vita. Del resto nessuno di noi alla fine della giornata può avere la certezza di trovarsi ancora nel mondo la mattina successiva, eppure ciascuno si addormenta ogni notte con fiducia e costruisce giorno dopo giorno, notte dopo notte, il proprio percorso nella vita. Forse, a saper parlare nel modo giusto, renderemo questo mutamento un’occasione di emancipazione e di crescita per tutti. Sapremo farlo?




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16 maggio 2006


La mia visione - parte prima

Per tratteggiare la mia visione dell'Italia (ossia le cose con cui possiamo riempire la calza) mi è sembrata una buona idea usare la Costituzione come un'autostrada. L'antropologo Lyall Watson definisce le strade come le arterie della terra e sostiene che i loro percorsi non sono stabiliti solo da criteri geometrici e orografici, ma anche psicologici e culturali, costituendo di fatto il sistema cardiocircolatorio della civiltà umana. In questo senso, la Costituzione Italiana sarà il percorso con cui cercherò di illustrare il modo di portare ossigeno e nutrimento ai tessuti della nostra società.

 1. IL LAVORO

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Quando si parla di lavoro, da qualche tempo a questa parte, l’universo sembra dividersi in due partiti ben distinti: quello a favore della liberalizzazione del mercato del lavoro e quello contrario perché ritiene che questa liberalizzazione avvenga a discapito dei diritti fondamentali dei lavoratori. (Naturalmente esistono anche posizioni intermedie). Fatto strano, nessuno dei due partiti si preoccupa eccessivamente di osservare la realtà per come si presenta e, nel dibattito, un’analisi sulle trasformazioni del lavoro è quasi del tutto assente. Ogni stagione del progresso umano è stata scandita da una significativa trasformazione del lavoro e oggi ci troviamo di fronte a un’ulteriore mutazione del modo d’intendere questa attività umana. Il tramonto dell’era dell’Organizzazione descritto da Richard Florida e l’ascesa di quella che lui definisce la classe creativa segnano l’ingresso della nostra società in una nuova fase, una fase in cui il lavoro non è più un semplice mezzo di sostentamento né uno strumento di emancipazione sociale. Il lavoro, infatti, è sempre più percepito come vera e propria (anche se potenziale) estensione della personalità soggettiva individuale. In questo quadro, parlare di contratti nazionali o di categoria appare fuori luogo. Inoltre, l’intera struttura sociale (e non solo il lavoro) si è progressivamente atomizzata. La famiglia nucleare ha ridotto il peso atomico del suo nucleo e i legami molecolari (famiglia allargata) sono passati da forti a deboli nel giro di due generazioni. Anche l’equilibrio familiare di base fondato sul rapporto uomo-donna ha subito una mutazione che l’ha trasformato da equilibrio statico (una sola e stabile unione matrimoniale) a equilibrio dinamico (molte unioni). La società dei nostri padri non esiste più e con essa è scomparsa l’attitudine al sacrificio volto a rimandare ogni desiderio di realizzazione individuale a favore della prole, che diveniva la vera depositaria delle recondite aspirazioni dei genitori (la scomparsa di questa attitudine negli anni ottanta ha fatto gridare molti sociologi al neo edonismo). Questo fenomeno sociologico – tutto centrato sull’individuo, sui rapporti uno-uno e uno-molti (e sul ripudio dei rapporti molti-uno, molti-molti), sugli equilibri dinamici e a breve termine – molti lo chiamano precarietà.

Per come la vedo io la precarietà non è altro che la fine della pubertà e l’inizio dell’adolescenza della civiltà industriale umana (essendo ben lontana dalla maturità). Di questo ingresso nell’adolescenza e di come una sensibilità di sinistra dovrebbe rapportarvisi, parlerò nella prossima puntata.




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15 maggio 2006


L'epifania prossima ventura

Lui ha detto questo. Sacrosanto. Torneremo a parlare dei problemi del paese e del suo avvenire, questo è ciò che conta. I problemi li conosciamo bene: economia anemica, debito e stato generale dei conti pubblici preoccupanti, ritardo nella formazione, nella ricerca e nel know-how tecnologico, arretratezza delle infrastrutture, diffuso senso di incertezza e precarietà, distribuzione della ricchezza più che perfettibile. Questi sono i buchi nella grande calza appesa al caminetto-Europa nell'epifania prossima ventura, dal rattoppo dei quali dipende l'avvenire della nazione, che poi vuol dire l'avvenire di tutti. Avere una calza senza buchi è un prerequisito essenziale per poterla riempire. Ma di cosa? Ebbene, di questo poco si parla. Va bene discutere dei problemi e delle soluzioni. Ma quali sono le nostre aspirazioni? Cosa vogliamo fare da grandi? Che cosa vogliamo essere?
A queste domande l'attuale classe dirigente del paese non sembra interessata a rispondere. Non credo che ne sia incapace. Anzi, sono persuaso che alcuni, se non molti, nelle circostanze adeguate sarebbero perfettamente in grado di indicare la via e perseguirla. Ma le circostanze adeguate non si verificano perché noi, intesi come l'insieme dei cittadini del paese, non abbiamo la più pallida idea di cosa vogliamo diventare. Peggio: non abbiamo neanche l'intenzione di voler diventare qualcosa, non sappiamo né che si deve né che si può diventare un qualcosa. Non abbiamo un'idea di noi stessi come nazione e non abbiamo un'idea della società in cui ci piacerebbe vivere. Non abbiamo una visione di noi stessi come cittadini. Mica ne siamo incapaci. Semplicemente, non ci interessa. (E, badate bene, mica è un problema solo italiano).
Eppure, un gruppo di persone che stanno insieme e che costituiscono una società devono avere uno scopo e un progetto su cui lavorare. Immaginate se gli operai della Fiat non sapessero che devono fare un'automobile. Pensate se non sapessero dove va incastrato il montante anteriore o dove un certo bullone a stella va serrato. Nei prossimi post intendo dimostrare che ribellarsi alla dittatura del partito dell'indifferenza è possibile, che proporre una visione è possibile, anche nel nostro paese. Perché, se proprio dobbiamo sacrificarci a rattopparne i buchi, questa grande calza che è l'Italia faremo pur bene a riempirla di qualcosa. E non è detto che debba essere carbone.




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