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La mia visione - parte prima

Per tratteggiare la mia visione dell'Italia (ossia le cose con cui possiamo riempire la calza) mi è sembrata una buona idea usare la Costituzione come un'autostrada. L'antropologo Lyall Watson definisce le strade come le arterie della terra e sostiene che i loro percorsi non sono stabiliti solo da criteri geometrici e orografici, ma anche psicologici e culturali, costituendo di fatto il sistema cardiocircolatorio della civiltà umana. In questo senso, la Costituzione Italiana sarà il percorso con cui cercherò di illustrare il modo di portare ossigeno e nutrimento ai tessuti della nostra società.

 1. IL LAVORO

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Quando si parla di lavoro, da qualche tempo a questa parte, l’universo sembra dividersi in due partiti ben distinti: quello a favore della liberalizzazione del mercato del lavoro e quello contrario perché ritiene che questa liberalizzazione avvenga a discapito dei diritti fondamentali dei lavoratori. (Naturalmente esistono anche posizioni intermedie). Fatto strano, nessuno dei due partiti si preoccupa eccessivamente di osservare la realtà per come si presenta e, nel dibattito, un’analisi sulle trasformazioni del lavoro è quasi del tutto assente. Ogni stagione del progresso umano è stata scandita da una significativa trasformazione del lavoro e oggi ci troviamo di fronte a un’ulteriore mutazione del modo d’intendere questa attività umana. Il tramonto dell’era dell’Organizzazione descritto da Richard Florida e l’ascesa di quella che lui definisce la classe creativa segnano l’ingresso della nostra società in una nuova fase, una fase in cui il lavoro non è più un semplice mezzo di sostentamento né uno strumento di emancipazione sociale. Il lavoro, infatti, è sempre più percepito come vera e propria (anche se potenziale) estensione della personalità soggettiva individuale. In questo quadro, parlare di contratti nazionali o di categoria appare fuori luogo. Inoltre, l’intera struttura sociale (e non solo il lavoro) si è progressivamente atomizzata. La famiglia nucleare ha ridotto il peso atomico del suo nucleo e i legami molecolari (famiglia allargata) sono passati da forti a deboli nel giro di due generazioni. Anche l’equilibrio familiare di base fondato sul rapporto uomo-donna ha subito una mutazione che l’ha trasformato da equilibrio statico (una sola e stabile unione matrimoniale) a equilibrio dinamico (molte unioni). La società dei nostri padri non esiste più e con essa è scomparsa l’attitudine al sacrificio volto a rimandare ogni desiderio di realizzazione individuale a favore della prole, che diveniva la vera depositaria delle recondite aspirazioni dei genitori (la scomparsa di questa attitudine negli anni ottanta ha fatto gridare molti sociologi al neo edonismo). Questo fenomeno sociologico – tutto centrato sull’individuo, sui rapporti uno-uno e uno-molti (e sul ripudio dei rapporti molti-uno, molti-molti), sugli equilibri dinamici e a breve termine – molti lo chiamano precarietà.

Per come la vedo io la precarietà non è altro che la fine della pubertà e l’inizio dell’adolescenza della civiltà industriale umana (essendo ben lontana dalla maturità). Di questo ingresso nell’adolescenza e di come una sensibilità di sinistra dovrebbe rapportarvisi, parlerò nella prossima puntata.

Pubblicato il 16/5/2006 alle 16.36 nella rubrica Diario.

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