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Ma sulle Frecce la Menapace sbaglia. E di grosso.

La Menapace (quando un nome è un destino) ha dichiarato che «le frecce tricolori sono un inutile spreco». Dalla sua visione di pacifista a tutto tondo, i soldi spesi per il mantenimento delle strutture, degli aeromobili, del carburante e dei piloti di una squadriglia buona solo per pericolose esibizioni acrobatiche tecnocircensi devono apparire come un inaudito affronto alla povertà. Se poi uno ci mette che sono militari e, come per la parata del 2 giugno, rappresentano e diffondono quei valori di guerra che tanto dispiacciono a chi ha in spregio la violenza, ecco fatta la frittata.
Qui stiamo parlando di una donna che ha fatto la resistenza, di una donna che ha scelto di imbracciare le armi per regalare la libertà e la democrazia al proprio paese, mica di un postsessantottino figlio di papà o di uno squatter che protesta contro la guerra spaccando vetrine e incendiando automobili. Perciò, starla a sentire e cercare di comprendere le sue ragioni, mi viene più facile, naturale. Mi metto seduto e rifletto. Le sue ragioni le comprendo, hanno un senso e una profonda dignità. Ma sono sbagliate. Sbagliate come? Come le ragioni di un genitore che nega i soldatini e la pistola da cowboy al figlio per educarlo alla nonviolenza. Tutta la mia generazione è cresciuta a forza di spararsi con i fucili Winchester di Tex Willer e indossando elmetti con su scritto M.P.(Military Police, che servivano soprattutto ad attutire i colpi dei manganelli a forma di clava, quelli verdi fosforescenti), ma nessuno dei miei amici ha fatto carriera militare né se ne va in giro ad ammazzare la gente. Insomma: non sono le divise né i fucili né i carri armati a farci diventare più violenti. E non sono le Frecce Tricolore a farci fare più guerre. Anzi. Dicevano nel sessantotto: mettete dei fiori nei vostri cannoni. E non è in fondo quello che fanno le Frecce? Non usano mezzi militari solo per dipingere la meraviglia nei visi puntati verso il cielo di uomini, donne, bambini?
E poi, la faccenda dello spreco, quella è proprio la più sbagliata. Se si dice che è spreco ciò che fa stupire ed emozionare si finirà per depennare anche l’arte (che è già abbastanza depennata di per sé) dall’agenda di ciò che è utile e per cui vale la pena spendere. Il principio è lo stesso.
Perché bisogna sempre ricordare cosa rispose il colonnello (guarda caso, un colonnello), nel racconto di Gabriel Garcìa Marquez, alla padrona di casa che gli aveva fatto notare che «la speranza non si mangia».
«Non si mangia», le ha risposto lui. «Ma alimenta».

Pubblicato il 8/6/2006 alle 12.1 nella rubrica Diario.

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